Iran, Fmi: con guerra prevediamo richieste aiuti fino a 50 mld dollari
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Redazione Economia
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Le ripercussioni del conflitto in Medio Oriente, un teatro bellico che ormai da oltre un mese tiene il mondo con il fiato sospeso tra stop alla produzione e scacchiere diplomatiche instabili, costringeranno il Fondo monetario internazionale a stanziare una cifra record per sostenere le bilance dei pagamenti dei Paesi più esposti. La direttrice generale dell'istituto, Kristalina Georgieva, nel suo intervento di apertura della sessione primaverile dei lavori a Washington, ha quantificato il potenziale fabbisogno: si prevede che la domanda a breve termine di sostegno possa lievitare fino a toccare una forbice compresa tra i 20 e i 50 miliardi di dollari. Una cifra, quest’ultima, che rappresenta il limite superiore di uno scenario che, come ha spiegato la stessa Georgieva, dipenderà in larga misura dalla tenuta del cessate il fuoco: se la tregua reggerà, ci si avvicinerà alla soglia inferiore di tale previsione.
Uno shock petrolifero che lascia cicatrici permanenti
L’analisi del Fondo non lascia spazio a facili ottimismi, soprattutto quando si sposta il focus dalle emergenze finanziarie immediate alle prospettive di crescita globale. Anche nello scenario più favorevole, quello cioè in cui la tregua tra Stati Uniti e Iran si consolidi fino a diventare una pace duratura, le stime di crescita verranno riviste al ribasso. Georgieva è stata netta nel chiarire un punto cruciale: se non ci fosse stato questo shock – ha dichiarato – le previsioni sarebbero state alzate; ora, invece, anche il “caso migliore” implica una contrazione. Ciò che preoccupa maggiormente gli analisti, e che trapela dalle parole della numero uno del Fmi, è la natura delle conseguenze: non si tratta di una temporanea flessione, ma di vere e proprie “cicatrici permanenti” sull’economia mondiale. I danni alle infrastrutture energetiche, le interruzioni delle catene di approvvigionamento (penso, ad esempio, ai fertilizzanti e al grano) e la perdita di fiducia dei mercati sono fattori che non si risolvono con la semplice fine dei combattimenti.
L’effetto asimmetrico e il peso sul bilancio globale
È interessante notare come Georgieva abbia descritto l’impatto di questa guerra come “asimmetrico”, un termine tecnico che nasconde una realtà molto dura per le economie fragili. Se da un lato il petrolio, dopo le impennate dei giorni scorsi, fatica a stabilizzarsi sotto la soglia psicologica dei 100 dollari al barile (con l’incognita sempre aperta dello Stretto di Hormuz), dall’altro sono proprio le nazioni a basso reddito e quelle insulari a pagare il prezzo più alto. “Pensiamo alle nazioni delle isole del Pacifico”, ha esortato la direttrice, “che si chiedono se il carburante arriverà loro dopo una tale interruzione”. Di fronte a uno scenario di tale portata, la ricetta del Fmi è quella della massima cautela: niente misure unilaterali come blocchi alle esportazioni o controlli dei prezzi, perché questi rischierebbero solo di peggiorare le cose. L’invito ai policymaker è chiaro: non gettate benzina sul fuoco.
La svolta mancata e il nodo della fiducia
Prima dello scoppio delle ostilità, iniziate il 28 febbraio, il sentiment globale era completamente diverso. C’era persino chi parlava di una “resilienza inaspettata” dell’economia, alimentata dagli investimenti nell’intelligenza artificiale e da condizioni finanziari accomodanti. La guerra ha spazzato via tutto questo. L’euforia seguita all’annuncio della tregua, che pure aveva fatto sperare in una rapida riapertura dei giochi, è stata subito raffreddata dai fatti: i mercati finanziari continuano a vivere sull’altalena, appesantiti dai dubbi sulla reale tenuta dell’intesa e dalla mancata normalizzazione del traffico marittimo nel Golfo. Se è vero che i colloqui tra Israele e Libano hanno offerto un barlume di sollievo, è altrettanto vero che la fragilità dell’accordo rende ogni proiezione una scommessa. L’Fmi, in questo contesto, si prepara quindi a pubblicare un rapporto dal tono inevitabilmente cupo, dove anche il “pessimismo” viene considerato un’ipotesi realistica.




