Fmi, debito globale verso il 100% del pil nel 2029: l’Italia tra i paesi più esposti
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il quadro fiscale globale, stando alle ultime analisi del Fondo Monetario Internazionale presentate a Washington per gli Spring Meetings, non solo è peggiorato rispetto alle attese di un anno fa, ma si avvia verso un traguardo che, da simbolico, rischia di diventare strutturale. Quel brusco aumento dell’incertezza politica – che aveva dominato le prospettive economiche fino a tutto il 2024 – si è sì attenuato rispetto al suo picco massimo, eppure le pressioni fiscali e geopolitiche sottostanti non hanno mostrato alcun segnale di allentamento. Anzi, in alcuni casi si sono perfino intensificate. Il debito pubblico lordo mondiale ha toccato quota 94 per cento del prodotto interno lordo nel corso del 2025, e secondo le traiettorie attuali – che tengono conto già di uno scenario moderatamente pessimistico – è destinato a raggiungere il 100% entro il 2029. Un livello, quest’ultimo, che nella storia economica moderna era stato superato solo all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, quando la ricostruzione e i piani straordinari di spesa pubblica avevano ridefinito per decenni i bilanci statali.
La finestra che si chiude e il monito di Valdes
Rodrigo Valdes, direttore del dipartimento affari fiscali del Fmi, nel corso della conferenza stampa di presentazione del Fiscal Monitor, ha usato parole che lasciano poco spazio a interpretazioni ottimistiche. «La finestra per un aggiustamento fiscale ordinato – ha spiegato – si sta restringendo». Una frase che, letta in controluce, restituisce l’idea di un tempo della gradualità ormai agli sgoccioli. Per le economie avanzate con elevati carichi di debito – e l’Italia, come vedremo, figura tra queste – non bastano più obiettivi aspirazionali a medio termine. Servono misure di consolidamento concrete, ben sequenziate e, soprattutto, credibili. Quanto agli Stati Uniti, dove Trump siede da ormai più di un anno alla Casa Bianca, Valdes è stato altrettanto chiaro: il deficit, sceso da circa l’8% del Pil, è destinato a risalire verso il 7,5% e a mantenersi su livelli elevati nel prossimo futuro. «L’aritmetica è ineluttabile», ha aggiunto. Stabilizzare il percorso del debito richiederà interventi sia sulle entrate che sulla spesa, compresi i principali programmi previdenziali.
L’Italia tra i paesi più esposti, l’Europa divisa tra difesa e demografia
Il rapporto del Fondo, però, contiene un avvertimento che per l’Italia suona più come una scadenza che come una semplice raccomandazione. Il nostro paese figura, insieme ad altre realtà mediterranee, tra quelli maggiormente esposti a un eventuale improvviso rialzo dei tassi o a una perdita di fiducia dei mercati. Il debito pubblico italiano, lo ricordano i tecnici di Washington, viaggia su livelli ben superiori alla media globale, e la capacità di assorbire nuovi shock – energetici, finanziari o geopolitici – si è ridotta. A complicare ulteriormente un quadro già fragile, c’è l’ennesimo conflitto in Medio Oriente, le cui ripercussioni si traducono in pressioni immediate su energia, inflazione e, di conseguenza, sulla finanza pubblica. Per l’Europa, poi, il Fmi solleva un nodo politico di non facile soluzione: come valutare le priorità di spesa quando da un lato crescono gli impegni per la difesa comune (dopo l’invasione russa dell’Ucraina e le tensioni sul fianco sud-orientale) e dall’altro la transizione demografica impone costi crescenti per pensioni e welfare?
Nessun piano credibile, il rischio di una trappola permanente
Quel che emerge dal Fiscal Monitor è la fotografia di un mondo che ha perso la capacità di rientrare nei parametri tradizionali senza ricorrere a manovre traumatiche. Il debito globale verso il 100% del Pil entro il 2029 non rappresenta, di per sé, una previsione catastrofica; lo diventa però se nessuno dei grandi attori – Stati Uniti in testa, seguiti da Cina e dalle principali economie europee – mette in campo un piano credibile di consolidamento fiscale. L’Italia, in questo senso, si trova in una posizione particolarmente scomoda. Non solo per l’entità del debito accumulato, ma anche per la ristrettezza degli spazi di manovra offerti dalla governance europea e per la frammentazione politica interna, che ha spesso trasformato qualsiasi tentativo di riforma strutturale in una lunga trattativa. La finestra si sta chiudendo, avverte il Fmi. E chi, come Roma, arriverà tardi all’appuntamento con i conti, rischia di trovarsi davanti un bivio senza vie di mezzo.




