Fabrizio De André, quel principe libero che torna a vivere nelle notti di tv
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un paradosso affascinante, di quelli che solo le storie vere sanno regalare, nel fatto che un uomo il quale ha trascorso una vita intera a sottrarsi ai riflettori – lui che prediligeva l’ombra umida dei caruggi genovesi alla luce artificiale di un salotto televisivo, lui che prestava la voce agli ultimi piuttosto che raccontare se stesso – torni puntualmente, e con una forza persino più dirompente, a occupare la scena pubblica. Questa sera, mercoledì 18 febbraio, in quella ricorrenza che lo avrebbe visto spegnere ottantasei candeline, la Rai ha deciso di omaggiare il cantautore genovese proponendo in prima serata su Rai 1 Fabrizio De André - Principe libero -1. Il film, che Luca Facchini ha diretto nel lontano 2018, torna così a vivere nella sua versione integrale, regalando agli spettatori un tuffo in un’epoca e nell’intimità di un artista che di quell’epoca è stato, e rimane, una delle voci più autentiche e profonde -4.
La pellicola, prodotta da Rai Fiction e Bibi Film con la distribuzione iniziale di Nexo Digital, si apre su una data che ha segnato indelebilmente la biografia di Faber: il 27 agosto del 1979 -2. È in quel frangente che la sua esistenza e quella della compagna Dori Ghezzi vengono letteralmente strappate via dalla quotidianità pastorale della tenuta sarda dell’Agnata, vicino Tempio Pausania. L’Anonima Sequestri, piaga di quegli anni di piombo e non solo, li rapisce, dando inizio a una prigionia che durerà circa quattro mesi. Ed è proprio in quel buio fisico, nella costrizione di un nascondiglio impervio, che la mente di Fabrizio comincia a vagare, innescando un flusso di coscienza che diventa la vera architettura narrativa del film -1. Il racconto si dipana così in un continuo andirivieni tra l’angoscia del presente e i ricordi del passato: l’infanzia borghese, il rapporto dialettico con il padre Giuseppe – un magistrale Ennio Fantastichini, alla sua ultima interpretazione –, la scoperta della chitarra, e poi le notti brave, quelle passate a consumare la giovinezza tra le prostitute e le osterie dei vicoli insieme all’amico fraterno Paolo Villaggio -4.
Il volto e l’anima di Faber secondo Luca Marinelli
Al centro di questa operazione, che fonde la cronaca biografica con la necessità di restituire lo spessore di un uomo complesso come pochi, c’è la prova attoriale di Luca Marinelli. L’attore romano, che per prepararsi al ruolo ha incontrato e ricevuto l’incoraggiamento della stessa Dori Ghezzi, non si limita a una semplice imitazione fisiognomica; piuttosto, scava nella postura esistenziale del personaggio, cercando di restituirne l’inquietudine cronica, quella timidezza quasi patologica che strideva con la potenza delle sue parole, e la fragilità che lo accompagnava anche nei momenti di maggiore successo -3. Certo, i puristi potranno storcere il naso per l’inflessione romana che ogni tanto affiora o per una somiglianza fisica non perfetta, ma la critica, all’epoca dell’uscita, fu pressoché unanime nel lodare la sua capacità di incarnare lo spirito del personaggio piuttosto che la sua mera apparenza -8. Intorno a lui, un cast di prim’ordine: Valentina Bellè presta il volto a una dolente e determinata Dori Ghezzi, mentre Matteo Martari interpreta con partecipazione la figura tragica e luminosa di Luigi Tenco, amico e compagno di strada di quella straordinaria fucina culturale che fu la Genova degli anni Sessanta -9.
Dai caruggi al palco, la costruzione di un poeta
Il film percorre le tappe fondamentali della maturazione artistica di De André senza la pretesa di essere un documentario musicologico, ma provando a mostrare come la sua poetica nascesse dallo sguardo laterale sul mondo. Si parte dagli esordi, dalle esibizioni nei teatri di quartiere e dalla pubblicazione dei primi 45 giri per la Bluebell Records, fino all’incontro folgorante con il poeta Riccardo Mannerini, figura cruciale per la stesura di alcuni testi indimenticabili -2. Si vede la Genova bene, quella delle feste in cui conosce la prima moglie Enrica Rignon, detta Puny, e parallelamente si respira l’odore della Genova popolare e malfamata, quella che popola le sue canzoni -1. Il racconto non tace le contraddizioni: l’uomo che scriveva versi immortali sulla libertà e la dignità degli emarginati era lo stesso che faticava a trovare un equilibrio familiare, che lottava con i propri demoni, con l’alcol e con l’incapacità di stare al mondo se non attraverso il filtro della scrittura. E poi l’incontro con Dori, il trasferimento in Sardegna, l’apparente ritiro dalle scene per fare l’agricoltore, che altro non era se non un’ulteriore, ostinata ricerca della propria dimensione.
Il sequestro e il ritorno alla musica
La parte centrale della pellicola si sofferma inevitabilmente sui lunghi giorni della prigionia, un evento che segnerà per sempre la vita della coppia. Il film, con rispetto e senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore, mostra la tensione del sequestro, la paura, ma anche la straordinaria lucidità con cui Faber affrontò quei momenti -4. Dopo la liberazione, ottenuta grazie al pagamento di un riscatto da parte del padre, il cantautore tornò alla musica, e lo fece senza alcun rancore verso i sequestratori – e questo la pellicola lo rende con chiarezza –, quasi a voler dimostrare che la sua idea di giustizia e di umanità era più forte di qualsiasi sopruso subito. Da quell’esperienza, e dal successivo bisogno di ripagare i debiti contratti per la liberazione, nacque un capolavoro come Creuza de mä, album che rivoluzionò il concetto stesso di world music in Italia -1. Il film si chiude idealmente su un palco, con le note di una delle sue canzoni più celebri a fare da cornice a una vita che, per quanto tormentata, è riuscita nell’impresa di trasformare il dolore in poesia universale.




