L’estate che spezza i motori: da EasyJet a Wizz Air, la bomba cherosene sui conti delle low cost europee
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Redazione Economia
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L’entusiasmo per la stagione turistica del 2026, va detto, si sta scontrando frontalmente con la dura realtà della geopolitica. Il conflitto in Iran, infatti, ha innescato una potentissima onda d’urto che, partendo dai pozzi in Medio Oriente, arriva dritta dritta ai serbatoi delle nostre compagnie aeree; i dati diffusi dalla Iata (l’organizzazione che riunisce i vettori globali) sono impietosi e fotografano una situazione al limite dell’emergenza. In Europa, dall’inizio delle ostilità, il costo del jet fuel è schizzato verso l’alto di circa il 105,7%, mentre in Asia si toccano picchi addirittura del 110%: un’impennata che rischia di mandare in pezzi le budget airline, quelle stesse che fino a ieri riempivano gli aeroporti con biglietti a due euro.
Nel trasporto aereo esiste una regola non scritta, più o meno ferrea, che suona più o meno così: una compagnia in difficoltà, di solito, fallisce subito dopo l’estate. Si aspetta settembre o ottobre, quando i soldi dei biglietti – ormai già incassati per il picco stagionale – smettono di fluire e comincia quel lungo inverno fatto di perdite e sofferenze. Lo abbiamo visto succedere nel 2017, ad esempio, con Air Berlin e Monarch. E quest’anno, a ben guardare, il rischio che la storia si ripeta è dietro l’angolo, aggravato da una rincorsa folle ai listini che sta costringendo i vettori a togliere posti e cancellare voli a raffica. I timori sulla disponibilità di carburante non accennano a diminuire: tanto che, stando a quanto riportato dal quotidiano britannico “Financial Times” (che cita i dati della società di analisi Cirium), le compagnie globali avrebbero tagliato ben due milioni di posti dai programmi di maggio. Migliaia di voli sono già stati cancellati o operati con aerei più piccoli – quindi più efficienti nei consumi – solo per preservare il cherosene in vista di possibili interruzioni delle forniture.
A rischiare di più, in questo momento, sono proprio le low cost. La loro arma letale, finora, era la capacità di tenere i costi operativi rasoterra; oggi, però, il carburante – che incide per una fetta enorme (tra il 20% e il 40%) sul conto economico – ribalta completamente i piani di volo. Se guardiamo ai singoli casi, emergono strategie agli antipodi: Lufthansa, ad esempio, ha annunciato di voler tagliare 20mila voli a corto raggio da qui a ottobre, dismettendo anche una flotta intera di 27 aerei vecchi e assetati di carburante per risparmiare circa 40mila tonnellate di jet fuel. Al contrario, la sua rivale Wizz Air giura di non avere alcun timore. Il manager della compagnia ungherese ha parlato chiaro ai media, definendo l’allarme un “eccesso di allarmismo” e rivelando una copertura (l’hedging, cioè il sistema di acquisto anticipato del carburante) che arriva fino al 70% per i prossimi sei mesi e addirittura fino al 60% fino a marzo 2027. In altre parole, le sue scorte sono già al sicuro mentre fuori, per gli altri, è un Far West.
L’incognita dei “frills” e i rincari silenziosi sui bagagli a mano
In attesa di vedere chi resisterà, l’estate dei passeggeri si preannuncia comunque salata. Le compagnie, infatti, hanno già iniziato a giocare d’astuzia: più che toccare il prezzo base del biglietto (operazione psicologicamente rischiosa), stanno alzando la leva sui cosiddetti “frills”, cioè quei servizi extra che una volta erano inclusi. Pagare la scelta del posto, una bibita calda o il semplice bagaglio a mano sta diventando un lusso, con rincari applicati gradualmente e (molto probabilmente) destinati a salire ulteriormente nelle prossime settimane. Secondo la Bernstein analysis, questo meccanismo – che frutta ai vettori circa 135 miliardi all’anno – serve proprio a scaricare il peso del cherosene sulle spalle di chi viaggia, anche su quei voli già prenotati da mesi ieri a prezzi stracciati, ma che oggi vengono “riconsiderati” dalle revenue management systems. La domanda, a questo punto, è d’obbligo: i turisti reggeranno l’urto di un carovita che colpisce proprio il clou della bella stagione?
Estate a rischio saturazione, il banco di prova per Ryanair ed EasyJet
Nonostante lo scenario apocalittico, il direttore generale della Iata, Willie Walsh, ha voluto gettare acqua sul fuoco: "Finora l’aumento dei costi non ha ancora danneggiato le prenotazioni di marzo", ha dichiarato, "ma è chiaro che la resilienza delle compagnie è messa alla prova". Il problema, però, non riguarda solo il denaro. Se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere bloccato (e la scorta di carburante in Europa, avverte l’Agenzia Internazionale per l’Energia, potrebbe durare al massimo sei settimane), non basteranno i soldi per trovare il cherosene. In quel caso, i voli semplicemente non partiranno. EasyJet, che ha già comunicato un aumento di 25 milioni di sterline nel solo conto del carburante di marzo, e le altre low cost dovranno dimostrare se quel modello di business ultra-leggero, basato su rotazione rapida e alta densità di posti, reggerà l’urto di una carenza fisica di materia prima. L’estate 2026, insomma, è già diventata il banco di prova più duro da decenni a questa parte.




