Camera blocca autorizzazione a procedere per Nordio, Piantedosi e Mantovano nel caso Almasri

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L'aula della Camera ha votato, come ampiamente previsto, contro la richiesta di autorizzazione a procedere avanzata dalla procura di Roma nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano, coinvolti nella delicata vicenda del libico Osama Almasri. L'uomo, ricercato dalla Corte penale internazionale per accuse di tortura, era stato arrestato a Torino ma successivamente rimpatriato in Libia a bordo di un volo di Stato, una scelta operativa che ha sollevato aspre critiche e interrogativi politici. La premier Giorgia Meloni, presente in aula durante le operazioni di voto, ha così visto confermato l'orientamento della maggioranza, la quale, come già accaduto in altre circostanze, ha fatto scudo ai propri esponenti di governo, considerando la materia di competenza prettamente politica.

I numeri del voto e il sostegno esterno

Il responso delle urne, che non ha riservato sorprese, ha sancito la chiusura definitiva del procedimento nei confronti dei tre uomini di governo. Per il ministro Nordio i favorevoli al rigetto dell'autorizzazione sono stati 251, contro 117 contrari; una schermatura ancor più ampia ha protetto il ministro Piantedosi, con 256 sì e 106 no; per il sottosegretario Mantovano, infine, i voti a sostegno sono stati 252, mentre quelli contrari 112. Oltre ai voti compatti della maggioranza, hanno contribuito all'esito finale anche i parlamentari di Italia Viva e di Azione, i quali, nonostante le posizioni critiche espresse in precedenza sull'operato del governo, hanno scelto di non concedere il proprio assenso all'azione giudiziaria, ritenendo che la dinamica non dovesse essere trasferita su un piano penale.

La posizione di Azione e la natura politica della questione

Antonio D’Alessio di Azione ha chiarito la posizione del suo gruppo, il quale, pur avendo "sempre stigmatizzato e condannato senza appello sul piano politico l’operato del governo", ha ritenuto che "la dinamica non è giudiziaria". Secondo questa prospettiva, gli interessi nazionali in gioco nella vicenda erano "troppo rilevanti per trasformarli in una speculazione politica", un approccio che ricorda la linea adottata in occasione della commissione d'inchiesta sul Covid. Si tratta, per i renziani e per Calenda, di un principio di metodo: è sbagliato, a loro avviso, "portare sul piano giudiziario una questione squisitamente politica", preferendo invece un confronto che rimanga nell'alveo del dibattito parlamentare e dell'accountability politica, sebbene in questa seduta specifica gli interventi dei leader dell'opposizione siano stati limitati.

Le dichiarazioni a caldo del ministro Nordio

Al termine del voto, un ministro della Giustizia soddisfatto, Carlo Nordio, ha commentato l'esito, respingendo le accuse di opacità che erano state mosse alla sua condotta. Ha spiegato che "quella 'timidezza' o addirittura 'menzogna' che ci è stata attribuita dipendeva dal fatto che non si potevano esternare in Parlamento delle considerazioni che potevano essere fatte solo davanti al Tribunale dei ministri", un riferimento al vincolo del segreto istruttorio che, a suo dire, ne aveva limitato la capacità di divulgare pubblicamente elementi a difesa della propria posizione. La sua uscita dall'aula ha quindi marcato non solo una vittoria politica per l'esecutivo, ma anche l'affermazione di una lettura giuridica che separa le responsabilità di natura politica da quelle di natura penale.

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