La spirale del martirio: il gip convalida il carcere per Zakaria Ben Haddi, il 21enne di Vimercate che sognava la strage

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è chiusa con la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere la prima, decisiva fase processuale che vede protagonista Zakaria Ben Haddi, il ventunenne di origine marocchina residente a Vimercate (quello che conta, per il giudice, non è tanto la sua nazionalità formale quanto la sua testardaggine ideologica) arrestato nei giorni scorsi dalla Digos di Milano. L’accusa, formulata dal pm Alessandro Gobbis, è pesante: associazione con finalità di terrorismo internazionale.

A pesare sul provvedimento restrittivo – come si legge nell’ordinanza – non sono stati soltanto i vecchi post, quelli che inneggiavano allo Stato Islamico o al primo califfo Al-Baghdadi, ma una escalation improvvisa e pericolosa che aveva fatto scattare l’allarme rosso tra gli inquirenti.

«Pronto a immolarmi»: il movente e l’occultamento della minaccia

La svolta, quella che ha trasformato un monitoraggio di routine in un’emergenza nazionale, è avvenuta sul finire di maggio. L’indagine, partita mesi prima da una chat frequentata da suprematisti e neofascisti – dove si vociferava di un «colpo di Stato» – ha documentato una radicalizzazione crescente e incontrollabile. Il giovane non si limitava a condividere la propaganda anti-cristiana e anti-occidentale prodotta dal sedicente Califfato, ma ne aveva fatto un catechismo personale.

«L’amore per il martirio scorre nelle mie vene», scriveva, accompagnando le parole con la pubblicazione di video espliciti che esaltavano l’attentato di Modena (quando un uomo si era gettato con l’auto sulla folla). Per il gip Rossana Mongiardo, che ha convalidato il fermo, il ventunenne aveva superato il confine della propaganda per entrare in quella fase che i manuali di controterrorismo definiscono “operativa”.

La difesa: «Era solo divulgazione». Il giudice: «E invece era pronta a colpire»

Davanti al magistrato, Zakaria – che ha compiuto 21 anni proprio il 2 giugno – ha tentato una strenua, e per certi versi ingenua, ritirata strategica. «Ammetto di aver sbagliato il modo – ha dichiarato – perché non ho avuto la massima trasparenza. Ma il mio intento è sempre stato a livello divulgativo». Una tesi, quella della “mera divulgazione”, che il giudice ha spazzato via senza troppi complimenti, sottolineando la differenza abissale tra chi studia un fenomeno e chi ne intona gli inni bellici.

A tradire la presunta innocuità del giovane, del resto, erano stati due elementi concreti: un messaggio pubblicato il 30 maggio in cui annunciava un «conto alla rovescia» (oltre alla frase inequivocabile “domani renderò l’Italia migliore”) e la presenza, nella sua tasca, di un biglietto aereo per il Marocco valido per il 9 giugno. Una combinazione, quella della partenza imminente e dell’annuncio della “grande notte”, che per la procura rappresentava la prova provata della sua disponibilità a immolarsi «in Occidente» prima di lasciare l’Italia.

Dalle chat neofasciste alla white jihad: l’inchiesta che svela l’ibridazione

Il caso di Vimercate, va detto, non è un episodio isolato ma un tassello di un fenomeno ben più ampio che gli investigatori monitorano con crescente preoccupazione. Il fermo del 21enne è direttamente collegato a un’inchiesta più vasta – quella che lo scorso aprile aveva portato a perquisizioni in diverse regioni – incentrata sulla cosiddetta “white jihad”.

Si tratta di una pericolosa contaminazione ideologica dove l’estremismo islamico si sposa con i rituali e i simboli del neofascismo e del suprematismo bianco; un melting pot dell’odio che trova nei social network il suo terreno di coltura preferito. E proprio in quel brodo primordiale, tra canti alla gloria di Bin Laden e riferimenti a una vaga palingenesi autoritaria, Zakaria Ben Haddi aveva trovato i suoi complici morali (se non operativi), quelli con cui condivideva la visione di un’Italia da «rendere migliore» attraverso l’unica lingua che riconosceva: quella della violenza assoluta.

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