La riduzione della pena in appello per l’ex di Chiara Balistreri e lo sfogo della ragazza: «Questo Paese fa schifo, mi sento vittima due volte»
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Redazione Interno
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Sono occorsi tre anni, complice anche una latitanza e un’evasione, per vederlo dietro le sbarre dopo il pestaggio che l’aveva ridotta in fin di vita; e ora, a distanza di qualche settimana, la condanna che lo riguarda – e che era stata già emessa in primo grado – ha subito un ritocco al ribasso. Gabriel Costantin, 24 anni, il compagno di Chiara Balistreri nonché l’uomo che per anni l’ha maltrattata, picchiata e infine ridotta in condizioni gravissime tanto da farle rompere il setto nasale e procurarle altre lesioni durante l’ultima aggressione, ha visto la Corte d’appello rideterminare la pena in cinque anni e nove mesi di reclusione, sei mesi in meno rispetto ai sei anni e tre mesi stabiliti dal giudice del dibattimento di primo grado. La sentenza, arrivata martedì 3 marzo, ha riaperto la ferita in Chiara, la quale, ormai ventitreenne e nota al grande pubblico per la sua partecipazione all’Isola dei famosi, non ha nascosto la propria delusione, anzi l’ha affidata ai social e poi alle colonne del Corriere della Sera con un crescendo di amarezza che lascia poco spazio all’interpretazione: «Quanto fa schifo questo Paese».
Non si tratta, però, della prima volta che Balistreri si trova a fare i conti con quelli che percepisce come i limiti di un sistema che, a suo dire, finisce per scoraggiare chi ha il coraggio di sporgere denuncia. Era già accaduto quando Costantin, dopo essere stato posto ai domiciliari, ne era evaso scatenando una caccia lunga due anni e mezzo tra Germania e Romania, per poi essere rintracciato e ricondotto in Italia grazie a un mandato d’arresto europeo. In quell’occasione, la giovane influencer e attivista, che oggi collabora con l’associazione Scarpetta Rossa, aveva gridato il suo sconcerto affermando che lo Stato non protegge a sufficienza chi subisce violenza; oggi, dopo la rideterminazione del trattamento sanzionatorio in appello, torna a ripetere il concetto, se possibile con accenti ancor più definitivi. L’imputato, difeso in questo secondo grado di giudizio, è stato giudicato colpevole di maltrattamenti e lesioni, reati per i quali aveva già riportato una condanna in primo grado, ma la riduzione di sei mesi – una misura che a Chiara appare incomprensibile – riaccende in lei la paura che lui possa tornare in libertà prima di quanto lei stessa ritenga giusto o sicuro.
Se si scorre la vicenda giudiziaria, emergono anche altri procedimenti paralleli che coinvolgono il ventiquattrenne romeno. Costui, infatti, deve rispondere anche di stalking nei confronti della ex fidanzata: un processo che si sta svolgendo con rito abbreviato e per il quale la Procura di Bologna, nella persona del pm Luca Venturi, ha chiesto una condanna a un anno e nove mesi. In quel contesto, gli inquirenti hanno raccolto centinaia di messaggi e video che l’uomo avrebbe inviato a Chiara durante il periodo della latitanza, contenenti insulti, minacce di morte e frasi del tipo «ti trovo e ti ammazzo», atteggiamenti che la ragazza ha denunciato apertamente anche in televisione, sottolineando come quei comportamenti fossero la prosecuzione di un copione di prevaricazione iniziato quando lei aveva appena quattordici anni. I maltrattamenti, infatti, non sono cominciati all’improvviso: secondo quanto ricostruito, la relazione era costellata da episodi di gelosia, controllo, percosse e violenze psicologiche, tanto che la madre di Chiara aveva tentato di intervenire già durante la minore età della figlia, portandola in comunità protetta, ma senza riuscire a interrompere del tutto quel legame tossico.
Dopo l’udienza in appello, l’avvocato Francesco Murru, che assiste Balistreri, ha provato a spiegare la decisione dei giudici di secondo grado, ipotizzando che lo sconto di pena possa essere legato a un periodo, all’interno della lunga relazione, in cui i due non avevano convissuto, circostanza che potrebbe aver inciso sulla quantificazione della pena per i maltrattamenti. Il legale ha precisato che, al netto della riduzione, gran parte delle richieste dell’accusa sono state comunque accolte, ma la vittima, dal canto suo, non riesce a vedere in questi distinguo una forma di giustizia soddisfacente. Anzi, il suo pensiero corre a un paradosso che l’ha colpita: se lei si fosse fatta giustizia da sola, chissà, forse avrebbe rimediato una condanna ben più severa di quella inflitta al suo aggressore. La rabbia, insomma, si mescola a una sensazione di impotenza, quella stessa che l’ha accompagnata durante gli anni in cui l’ex, evaso, era sostanzialmente irreperibile e poteva continuare a minacciarla.




