Chiara Balistreri e la paura che torna: “Il mio ex violento esce dal carcere”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La notifica è arrivata all’alba, a tradimento, mentre il sonno offriva ancora l’unico scampo da una realtà già troppo crudele. Chiara Balistreri, la 24enne influencer bolognese che lo scorso novembre aveva avuto il coraggio di rompere il silenzio raccontando sui social l’inferno vissuto tra quelle mura, è stata svegliata da una chiamata della polizia. Un lasso di tempo, quello di una telefonata, sufficiente per far crollare la fragile certezza di una tregua: Gabriel Constantin, il suo ex compagno condannato per maltrattamenti e lesioni, tornerà a casa tra due giorni. Tornerà – è bene specificarlo – con un dispositivo di controllo, quel braccialetto elettronico che Chiara, in un accesso di rabbia lucida e disperata, ha già rifiutato simbolicamente. “Io non voglio nessun dispositivo”, ha gridato in lacrime nel video pubblicato sui suoi profili, “perché se a me dovesse mai succedere qualcosa, mi devono avere sulla coscienza tutti quelli che hanno preso la decisione di rimandarlo a casa l’ennesima volta”.

Non si tratta di una scarcerazione secca, quanto di un trasferimento agli arresti domiciliari presso l’abitazione della madre di lui. Ed è proprio questo, paradossalmente, il dettaglio che trasforma la paura in una ferocia beffarda: quella casa è lo stesso luogo dove Constantin l’aveva ridotta in fin di vita, dove “ho preso botte per quasi cinque anni” e dove, ancora oggi, vivono due bambine. La giovane, che ha subito un lungo calvario fatto di percosse e ricoveri ospedalieri, ha visto la sua battaglia infrangersi contro una decisione giudiziaria che non riesce a comprendere. A infierire, poi, c’è un ulteriore paradosso raccontato dalla stessa Balistreri, la quale sottolinea come la decisione di concedere questa “seconda possibilità” sia stata presa da tre donne. Un’ironia crudele che, nelle sue dichiarazioni, amplifica il senso di abbandono da parte di quelle istituzioni che, almeno sulla carta, dovrebbero proteggere le vittime.

Un passato di violenze e una condotta in carcere agghiacciante

La frustrazione di Chiara Balistreri, palpabile in ogni parola del suo sfogo social, non nasce soltanto dalla paura immediata del ritorno a casa del suo aggressore. Essa affonda le radici nella consapevolezza che il sistema abbia ignorato prove evidenti di una pericolosità mai sopita. Constantin, già destinatario di una condanna in secondo grado per maltrattamenti e di un altro procedimento per stalking, secondo quanto riferito dalla giovane avrebbe già violato in passato le restrizioni dei domiciliari, rendersi protagonista di una latitanza. Ma c’è di più: il suo comportamento violento non si sarebbe fermato nemmeno dietro le sbarre. “Allo Stato non basta che abbia fatto parte di una rissa enorme in carcere, che si sia rivelato più volte violento, con una condotta inadatta anche per altri detenuti”, ha denunciato Chiara, aggiungendo un dettaglio agghiacciante circa l’aggressione al compagno di cella, al quale avrebbe rotto la mascella, costringendolo a un intervento chirurgico. Nonostante questi precedenti – che includono una fuga dagli arresti e la presunta complicità della madre nel periodo di latitanza – la magistratura ha comunque ritenuto di reintegrarlo nel tessuto sociale, seppur con limitazioni.

La resa dei conti con lo Stato: “Qui valiamo niente”

L’accusa che Chiara Balistreri lancia dal suo account Instagram non è, quindi, solo contro l’uomo che l’ha ridotta in ospedale. Il suo è un atto di accusa diretto e frontale contro un’intera architettura giudiziaria che lei percepisce come sorda e inadeguata. “Questo è uno Stato di m… che non ci tutela”, ha tuonato, utilizzando un linguaggio crudo che lascia poco spazio a interpretazioni diplomatiche. La sua invettiva rivela il cortocircuito logico che, secondo la sua esperienza, governa le scelte delle istituzioni: da un lato, le carceri vengono dichiarate sovraffollate, giustificando così misure alternative come i domiciliari; dall’altro, chi come lei ha subito violenze si sente abbandonata a se stessa, costretta a convivere con il proprio carnefice per mancanza di strutture o di volontà politica di trattenerlo. “Le carceri sono piene? Cosa me ne frega a me?”, si è chiesta retoricamente Chiara, mettendo in luce un conflitto irrisolto tra l’esigenza di rieducazione del condannato e il diritto alla sicurezza della vittima.

La solitudine della vittima di fronte alla “seconda possibilità”

Nel lungo racconto del suo dramma, Chiara Balistreri ha voluto condividere con i suoi follower anche l’amarezza per la disparità di trattamento che, a suo avviso, regola i destini processuali. L’ex compagno – lo si apprende dalle pieghe del suo discorso – ha beneficiato di uno sconto di pena in appello, una riduzione che lei stessa, pur rispettando la forma, aveva già definito inaccettabile nella sostanza. Quel “briciolo” di giustizia che le era stato concesso con la prima condanna, insomma, è stato eroso pezzo dopo pezzo. La ragazza ha concluso il suo sfogo con un monito che suona quasi come una profezia amara, lanciata a chi l’ascolta e a chi l’ha giudicata: “Se io domani mi dovessi fare giustizia da sola, perché mi trovo in una situazione di pericolo che richiede la mia reazione, io però in carcere ci andrei, e la pena la sconterei”. È il grido di una donna che si sente sola, a cui viene richiesto di essere eroica nella paura mentre a chi l’ha quasi uccisa viene concesso il lusso di ricominciare.

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