La riduzione della pena in appello per l’ex fidanzato violento e lo sfogo di Chiara Balistreri: «Mi sento vittima due volte»
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Redazione Interno
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La corte d’appello di Bologna ha ridefinito i termini della condanna per Gabriel Constantin, il ventiquattrenne di origine romena che, al culmine di una relazione durata anni e costellata da violenze, aveva ridotto in gravissime condizioni la sua ex compagna, Chiara Balistreri. I giudici di secondo grado, martedì 3 marzo, hanno stabilito per l’imputato, già riconosciuto colpevole in primo grado per maltrattamenti e lesioni, una pena complessiva di cinque anni e nove mesi di reclusione. Un verdetto che, rispetto ai sei anni e tre mesi inflitti dal tribunale in precedenza, ha di fatto comportato una riduzione di sei mesi, un elemento che ha riacceso il senso di smarrimento e rabbia nella giovane donna, oggi ventitreenne, volto noto del web e attiva nel sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della violenza di genere. La sua reazione, affidata ai canali social e raccolta poi da alcuni quotidiani, è stata immediata e amara: l’impressione, ha dichiarato, è quella di essere stata rivittimizzata dal sistema, un sistema che con questo provvedimento rischia, a suo dire, di scoraggiare altre donne dal compiere il passo, già di per sé difficile, della denuncia.
La vicenda giudiziaria che coinvolge l’ex compagno della Balistreri non si limita peraltro a questo solo procedimento. Constantin, che era evaso durante un periodo di detenzione domiciliare nel 2024 per poi essere rintracciato in Romania dopo una latitanza di oltre due anni e mezzo, deve infatti rispondere anche di atti persecutori nei confronti della ragazza. Durante la sua fuga, infatti, non aveva smesso di contattarla, inviandole centinaia di messaggi e video dagli espliciti contenuti minacciosi, un comportamento per il quale la Procura, lo scorso novembre, aveva richiesto una condanna a un anno e nove mesi con il rito abbreviato. È la somma di questi eventi, la lunga attesa per vedere eseguita una misura cautelare, la fuga dell’uomo, e ora questo sconto di pena in appello, ad aver alimentato la sfiducia di Chiara Balistreri, la quale ha sottolineato come, paradossalmente, se si fosse fatta giustizia da sola, avrebbe probabilmente rischiato una condanna più pesante di quella inflitta al suo aggressore.
L’iter processuale che ha portato a questa sentenza d’appello affonda le radici in una storia di soprusi iniziata quando Chiara era poco più che una bambina, appena tredicenne, e proseguita per anni con un crescendo di violenza fisica e psicologica. L’episodio che spezzò definitivamente il silenzio, portandola a formalizzare l’esposto, fu un pestaggio che le causò la rottura del setto nasale e altre lesioni, avvenuto mentre il compagno la colpiva persino con il guinzaglio del cane. Nel racconto della giovane, emerso anche in diverse trasmissioni televisive e nelle aule di tribunale, emerge la figura di un uomo manipolativo e possessivo, capace di alternare promesse di cambiamento a scatti di ira incontrollabile, un comportamento che l’ha tenuta legata a sé in una dinamica di dipendenza affettiva dalla quale è stato difficile sottrarsi.




