Con l'alzabandiera della Polizia di Stato si chiudono i XIV Giochi paralimpici invernali
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Redazione Sport
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È calato il sipario sulla XIV edizione dei Giochi paralimpici invernali di Milano Cortina 2026, con una cerimonia di chiusura che si è svolta ieri sera sulle Dolomiti, presso lo storico Cortina curling olympic stadium, luogo che per giorni ha ospitato le gare di wheelchair curling e che, radicalmente ammodernato per l’occasione, ha fatto da cornice all’ultimo atto della manifestazione. Con lo spegnimento del braciere olimpico, avvenuto simbolicamente grazie al gesto della piccola Sofia, una bambina seduta sulla sua sedia a rotelle che ha soffiato su un lume spegnendo virtualmente le due fiamme di Milano e Cortina, la città ampezzana ha idealmente passato il testimone alla prossima sede dei Giochi, che si svolgeranno nel 2030 sulle Alpi francesi, rappresentate per l’occasione dai presidenti delle regioni Provenza-Alpi-Costa Azzurra e Alvernia-Rodano-Alpi, Renaud Muselier e Fabrice Pannekoucke, ai quali è stata affidata la bandiera paralimpica. Il momento di massima solennità della serata è stato affidato alla Polizia di Stato, che ha avuto l’onore e l’orgoglio di eseguire il rito dell’alzabandiera: gli agenti, indossando l’uniforme storica, hanno alzato il Tricolore mentre Arisa cantava l’inno di Mameli, in un gesto che ha voluto sottolineare il legame tra le istituzioni e il mondo dello sport.
Milano Cortina, resta accesa la scintilla della speranza
Il messaggio emerso con forza dalla chiusura delle Paralimpiadi è stato quello di un faro acceso in un contesto internazionale complesso. Ne ha parlato Giovanni Malagò, presidente di Fondazione Milano Cortina 2026, presente alla cerimonia assieme al presidente della Camera Lorenzo Fontana, massima autorità istituzionale intervenuta; Malagò ha sottolineato come, in un momento storico in cui sembrano prevalere i tamburi e le bandiere di guerra, questi Giochi abbiano rappresentato un’occasione per parlare insieme di pace, amicizia, rispetto e inclusione. Un’eredità, quella lasciata dalla manifestazione, che prescinde dai risultati sportivi per investire il campo dei diritti civili e della percezione sociale della disabilità; non è un caso che il presidente del Comitato paralimpico internazionale, Andrew Parsons, abbia definito quelle appena concluse come le Paralimpiadi più belle di sempre, citando i numeri record di atleti partecipanti, seicentoundici, la maggiore copertura mediatica e gli investimenti nell’accessibilità che iniziano a prendere forma.
Dietro i riflettori che si spengono sulle competizioni, emergono però anche storie di successi locali e rivendicazioni che guardano al futuro. La Polha Varese, ad esempio, è stata assoluta protagonista di questa edizione dei Giochi: la polisportiva varesina ha potuto festeggiare i successi dei suoi tesserati, con le medaglie d’oro di Emanuel Perathoner e Jacopo Luchini, due atleti che hanno portato in alto i colori della società e che, nello snowboard, hanno dominato le rispettive categorie. Proprio in occasione dei Giochi paralimpici, tra l’altro, la società ha anche ricevuto un importante contributo che le consentirà di potenziare la propria attività, a testimonianza di come le vittorie sportive possano tradursi in opportunità concrete per l’intero movimento.
Il successo della Paralimpiade, ma non spegniamo il faro su inclusione e diritti
Resta però la necessità di decidere se guardare al bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, al termine di una manifestazione che ha rappresentato una straordinaria occasione per parlare di inclusione e diritti delle persone con disabilità. La presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, alla cerimonia inaugurale, oltre a confermare la sua attenzione personale al tema, è stata interpretata come un monito per l’intero Paese affinché non si disperda quanto costruito in queste settimane. Tuttavia, accanto ai trionfi e alle celebrazioni, esistono altri punti di vista che meritano ascolto: tra questi, quello dei giovani con sindrome di Down, i quali reclamano l’introduzione di una categoria ad hoc che potrebbe essere la «21», come il numero del cromosoma in più che caratterizza questo deficit, per poter finalmente avere accesso alle competizioni ufficiali e vedere riconosciuto il loro diritto a competere ai massimi livelli. Una richiesta che apre scenari complessi sul futuro del movimento paralimpico e sulla sua capacità di essere davvero inclusivo fino in fondo.




