Il governo candida l’ex ministro Martina alla guida della Fao. E la sinistra scopre che "fa anche cose buone"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, con una mossa che privilegia l’interesse nazionale sulle appartenenze politiche, ha ufficialmente messo sul tavolo il nome di Maurizio Martina per la successione alla direzione generale della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura che ha sede a Roma. L’annuncio, arrivato da Bruxelles a margine del Consiglio Agrifish, porta le firme di due esponenti di primo piano della maggioranza: il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, esponente di Forza Italia, e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, esponente di spicco di Fratelli d’Italia. Una scelta, questa, che costringe a una riflessione non solo le opposizioni, ma anche quell’area politica che a Martiana è sempre appartenuta, e che ora si trova a plaudire a una candidatura voluta da chi, fino a ieri, ne avversava le politiche -1-7.

Martina, quarantasette anni, originario della provincia di Bergamo e attuale vicedirettore generale dell’agenzia Onu – il primo italiano a ricoprire tale incarico –, vanta un curriculum che incrocia da anni le politiche agricole e alimentari, prima da sottosegretario e poi da ministro nei governi Renzi e Gentiloni, e infine da segretario del Partito Democratico -5-8. Ed è proprio la sua storia personale, si diceva, a rendere la notizia degna di nota: un esponente della sinistra italiana, con un passato da leader dei Democratici, candidato alla guida di un’organizzazione internazionale da un governo di centrodra, che pure non ha lesinato critiche e contrapposizioni negli anni passati. L’annuncio congiunto, quasi una sorta di photo opportunity politica, suggella una scelta che Lollobrigida ha motivato con pragmatismo, spiegando che il governo ha sostenuto Martina in questi anni come vicedirettore “nonostante una storia politica differente dalla nostra”, e che ora si punta a una posizione unitaria dell’Unione europea per sostenerlo contro altre possibili candidature, altrettanto autorevoli, provenienti da altre aree del mondo -3-4.

La partita diplomatica e il ruolo dell’Italia

Ora la parola passa alla diplomazia, chiamata a tessere le fila di un consenso che dovrà coinvolgere i 193 Paesi membri più l’Unione Europea. La scadenza naturale del mandato dell’attuale direttore generale, il cinese Qu Dongyu, la cui nomina fu confermata nel luglio del 2023 e che scadrà il 31 luglio del 2027, apre ufficialmente le grandi manovre per la successione, con il voto segreto che si terrà durante la Conferenza della Fao prevista per il giugno di quello stesso anno -7-9. Non è una partita semplice, e il governo italiano ne è ben conscio: la richiesta all’Europa di esprimere una candidatura unica è il primo passo per evitare dispersioni di voti e per contrastare le ambizioni di altri contendenti, in un contesto geopolitico – quello con Donald Trump nuovamente alla presidenza degli Stati Uniti – che rende ogni nomina internazionale un terreno di confronto delicato.

La scelta di puntare su Martina, oltre a rispondere a una logica di competenza e di continuità – lui è già dentro la macchina organizzativa della Fao e ne conosce i meccanismi –, rappresenta anche una chiara strategia per riaffermare il ruolo dell’Italia in un’agenzia che ha sede a Roma, e che per questo riveste un’importanza strategica e simbolica non indifferente. Il ministro Lollobrigida, nel corso del punto stampa, non ha nascosto che probabilmente arriveranno altre candidature, e che bisognerà lavorare per costruire un fronte comune europeo, una posizione unitaria che consenta di competere ad armi pari con le altre regioni del mondo -1-3. Un lavoro complesso, fatto di equilibri e negoziati, che da oggi impegnerà la Farnesina e la rappresentanza permanente italiana presso l’Ue.

Reazioni e valutazioni trasversali

Se la politica italiana è abituata agli schieramenti, in questo caso il fronte del sostegno appare decisamente trasversale. Al di là delle comprensibili dichiarazioni di circostanza, colpisce la convergenza di giudizi positivi che arrivano dal mondo agricolo e cooperativo, spesso spaccato su linee politiche, ma oggi unito nel riconoscere il valore dell’operazione. Cia-Agricoltori Italiani, attraverso il suo presidente Cristiano Fini, ha parlato di “segnale forte per il nostro paese e per l’Europa”, sottolineando la necessità di essere incisivi nelle politiche agricole globali e riconoscendo a Martina la competenza e l’esperienza per imprimere un passo chiaro nelle sfide future, dall’assicurare cibo sano a tutti alla definizione di sistemi alimentari sostenibili, dal supporto ai piccoli agricoltori alla piena equità nelle filiere -10.

Anche Legacoop, con i presidenti Simone Gamberini e Cristian Maretti, ha accolto la notizia con “sincero apprezzamento”, evidenziando come, in un’epoca segnata da crisi climatiche e tensioni geopolitiche, la guida della Fao richieda capacità di costruire ponti e una visione lungimirante. Il mondo cooperativo, si legge nella nota, conosce bene la sfida di generare valore economico tutelando il reddito degli agricoltori e promuovendo modelli produttivi attenti alla riduzione delle emissioni, e in Martina si riconosce una figura capace di valorizzare il ruolo della Fao come piattaforma multilaterale di dialogo -10. Non è da meno la Copagri, con il presidente Tommaso Battista che ha ringraziato il governo per una decisione che rappresenta “l’ennesima dimostrazione della trasversalità che politicamente caratterizza l’agricoltura”, una scelta che potrebbe restituire centralità al ruolo degli agricoltori come custodi dell’ambiente e del territorio -10.

Si tratta, insomma, di una candidatura che mette d’accordo molti, forse troppi, e che costringe a riconsiderare le rigide divisioni del passato. L’ex segretario del Pd, che nel 2018 lasciò la guida del partito dopo un breve e travagliato periodo, oggi si ritrova al centro di una partita internazionale con il pieno sostegno di chi, in Italia, governa con una maggioranza che non gli è certo affine. La diplomazia del cibo, si sa, segue regole proprie, e in questo caso sembra aver messo da parte gli steccati ideologici per privilegiare un profilo che, al netto delle appartenenze, garantisce competenza, conoscenza dei dossier e una rete di relazioni costruita in anni di lavoro sul campo e nei corridoi della politica e delle istituzioni.

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