Bankitalia alza le stime del Pil, ma l’inflazione minaccia la crescita

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La Banca d’Italia migliora le previsioni sul Pil italiano per il 2026, indicando una crescita dello 0,9% nelle nuove proiezioni economiche, rispetto allo 0,5% stimato a giugno. Il rialzo delle prospettive si accompagna però a un’accelerazione dell’inflazione, attesa al 3,2% nella media dell’anno, mentre le tensioni internazionali alimentano i rischi per l’economia. Il rincaro dell’energia, legato al protrarsi delle ostilità tra Stati Uniti e Iran, rappresenta uno dei principali fattori di pressione sui prezzi e sulle prospettive produttive. Il miglioramento delle stime segnala una maggiore tenuta dell’attività economica rispetto alle valutazioni precedenti, ma non elimina le vulnerabilità legate al contesto geopolitico.

Le nuove previsioni sul prodotto interno lordo

Nel Bollettino economico di ottobre, Via Nazionale prospetta un’espansione moderata anche negli anni successivi, con un aumento dello 0,7% nel 2027 e dello 0,6% nel 2028. Le stime corrette per il numero di giornate lavorative indicano invece una crescita dello 0,9% nell’anno in corso, seguita da un incremento dello 0,7% nel prossimo e dello 0,8% nel 2028. La distinzione dipende dal diverso criterio di calcolo utilizzato per misurare l’andamento dell’attività economica. Le proiezioni delineano una fase di crescita contenuta, nella quale il miglioramento rispetto alle precedenti valutazioni non equivale a una ripresa particolarmente sostenuta. Per l’Italia, la capacità di mantenere l’espansione dipende anche dall’evoluzione dei costi energetici e dalle condizioni economiche internazionali.

Inflazione e caro energia mettono sotto pressione famiglie e imprese

L’aumento dei prezzi costituisce uno dei principali elementi di rischio dello scenario economico. La previsione di un’inflazione media del 3,2% incorpora una dinamica particolarmente intensa nella parte finale dell’anno, con un picco atteso nel quarto trimestre. Il rincaro delle materie energetiche può incidere direttamente sulle spese delle famiglie e, allo stesso tempo, aumentare i costi sostenuti dalle imprese per produrre, trasportare e distribuire beni e servizi. Se le quotazioni energetiche restano elevate, la pressione può estendersi a un numero crescente di prezzi, rendendo più difficile contenere l’inflazione. Le conseguenze riguardano anche il potere d’acquisto e i margini aziendali, due fattori che condizionano le decisioni di consumo e investimento.

La durata delle tensioni tra Washington e Teheran è determinante per le prospettive economiche. Un conflitto prolungato può mantenere elevata l’instabilità sui mercati dell’energia e accrescere l’incertezza con cui famiglie e imprese pianificano le proprie spese. Per le attività produttive, l’aumento dei costi può ridurre la redditività e frenare nuovi investimenti; per i consumatori, bollette e carburanti più cari possono restringere le risorse destinate agli altri acquisti. L’effetto complessivo rischia di indebolire la domanda interna proprio mentre la crescita rimane moderata. L’inflazione, in questo scenario, non è soltanto un indicatore dei prezzi, ma un possibile ostacolo alla continuità dell’espansione economica.

Credito in accelerazione, ma resta la distanza tra imprese

Il Bollettino economico segnala anche un’accelerazione del credito, un elemento importante per valutare le condizioni di finanziamento dell’economia. La disponibilità di prestiti incide sulla capacità delle aziende di sostenere gli investimenti, finanziare il capitale circolante e affrontare eventuali aumenti dei costi operativi. La distanza tra le imprese di maggiori dimensioni e le realtà più piccole rappresenta un aspetto da considerare nell’analisi del mercato creditizio. Le condizioni di accesso ai finanziamenti possono influenzare in modo diverso la possibilità di sostenere la produzione e affrontare una fase caratterizzata da prezzi energetici elevati.

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