Michael Jackson, il biopic che cancella le ombre: Dan Reed accusa l’ipocrisia di Hollywood
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un elefante nella stanza, enorme, che occupa lo spazio che sarebbe dovuto essere della coscienza collettiva, eppure il nuovo film su Michael Jackson, diretto da Antoine Fuqua, ha scelto semplicemente di non vederlo. Uscito nelle sale il 22 aprile, Michael – interpretato dal nipote del cantante Jaafar Jackson – ripercorre l’ascesa del Re del Pop con una precisione maniacale dedicata ai costumi, ai passi di danza e alla voce, ma tralascia completamente ciò che per molti rappresenta il lato oscuro e indefinito della sua eredità: le accuse di pedofilia. Una scelta narrativa, questa, che ha scatenato la reazione furiosa di Dan Reed, il regista del documentario Leaving Neverland del 2019, il quale, in un’intervista rilasciata a The Hollywood Reporter, ha definito l’operazione non solo una mancanza di rispetto verso le presunte vittime, ma un atto di ipocrisia sistematica da parte di un’industria, quella hollywoodiana, sempre pronta a mettere il profitto davanti all’etica.
Per capire la portata del silenzio imposto dal film, bisogna soffermarsi sulle dinamiche produttive che lo hanno generato. Inizialmente, la sceneggiatura prevedeva di affrontare le accuse, concentrandosi in particolare sulle indagini del 1993 e sul successivo processo del 2005; stando a quanto riportato da Variety, il terzo atto della pellicola era stato pensato proprio per gestire il peso pubblico di quelle vicende giudiziarie. Tuttavia, a produzione inoltrata, l’esecutore testamentario dell’artista ha sollevato un problema legale insormontabile: la clausola di non divulgazione firmata durante il risarcimento milionario con la famiglia Chandler (Jordan Chandler, all’epoca tredicenne, accusava Jackson di abusi) vietava categoricamente qualsiasi rappresentazione o menzione del minore o dell’accaduto su schermo. Ne è conseguita una riscrittura d’emergenza: la linea temporale è stata troncata intorno al 1988, prima dello scoppio dello scandalo, e gran parte del materiale girato è stato scartato per essere sostituito con una narrazione più addomesticata incentrata esclusivamente sul trionfo artistico e sui conflitti familiari con il padre Joe.
«Jackson era peggio di Epstein», la denuncia senza filtri di Dan Reed
La critica di Reed, tuttavia, non si limita alla sterile constatazione di un’omissione; egli attacca la radice stessa del fenomeno di fandom che circonda l’artista, definendolo una sorta di religione laica dove la musica diventa un alibi morale. «Come si fa a raccontare una storia autentica su Michael Jackson senza mai menzionare il fatto che fosse stato seriamente accusato di essere un molestatore di minori?», si chiede il regista, aggiungendo, in un passaggio destinato a fare discutere, che l’artista fosse «peggio di Jeffrey Epstein». Un paragone, questo, volutamente iperbolico ma che Reed giustifica con la complicità del pubblico: se Epstein è diventato un simbolo globale dell’orrore, il cantante di Thriller continua a beneficiare di uno scudo fatto di nostalgia e genialità musicale. «La gente non si preoccupa che fosse un pedofilo. Letteralmente, alla gente non importa», ha tuonato al giornalista, osservando come le playlist streaming continuino a macinare milioni di ascolti nonostante le prove dettagliate portate nel suo documentario.
Dal canto loro, gli attori e i produttori del biopic hanno cercato di giustificare la scelta temporale come un’ancora di salvezza narrativa. Colman Domingo, che interpreta Joe Jackson, ha spiegato in una recente intervista che il film si concentra unicamente sulla formazione dell’artista, dagli esordi nei Jackson 5 fino allo scioglimento dai vincoli paterni, lasciando intendere che un eventuale sequel potrebbe affrontare gli anni della caduta e delle accuse. Una posizione, questa, che suona come una resa per Reed, il quale osserva come la macchina del denaro abbia inghiottito ogni remora critica. Il regista di Training Day, Antoine Fuqua, aveva precedentemente accennato a un certo scetticismo verso i denunciatori, sostenendo che «a volte le persone fanno cose cattive per dei soldi», un’affermazione che Reed ha ribaltato sottolineando come a fare affari d’oro sia solo il patrimonio dell’artista, mentre le presunte vittime, Wade Robson e James Safechuck, dopo dieci anni non hanno ancora visto un centesimo dalle loro battaglie legali.
Il guardaroba racconta la dualità, il cinema la censura
Mentre Dan Reed alza la voce dalla Gran Bretagna, il marketing del film insiste sulla complessità spirituale dell’interprete. La costumista ha rivelato al pubblico il lavoro certosino sugli abiti di scena – giacche luminose, sequins ipnotici, cappelli e guanti – definendoli lo specchio di una dualità costitutiva: la brillantezza dell’artista contrapposta alla vulnerabilità umana. Ma è proprio questa separazione, questa capacità di isolare il genio creativo dall’uomo, che Reed contesta con maggiore veemenza. Egli sostiene che Leaving Neverland non fosse un documentario su Jackson, bensì uno studio sulle dinamiche dell’abuso e sulla manipolazione; pertanto, vedere oggi un film che ignora completamente quei meccanismi rappresenta una regressione culturale resa possibile solo dalla forza intimidatoria del patrimonio Jackson e dalla compiacenza di una stampa che, come ha denunciato il regista, preferisca "ingoiare i propri scrupoli" pur di accedere al business legato al marchio.
L'assenza di un qualsiasi cenno alle polemiche rende l’opera, secondo i critici più severi (come il Telegraph e il Guardian), una «stucchevole operazione di sbiancamento» (whitewash), dove la figura del cantante viene santificata e privata di quella complessità che lo rendeva, suo malgrado, un personaggio tragico. Il finale, che si chiude prima dell’esplosione del caso Chandler, getta le basi per un futuro in cui l’artista è ancora puro, non ancora toccato dalla rovina giudiziaria; una scelta che per molti critici trasforma la sala cinematografica in una camera di compensazione delle colpe, dove si può godere della colonna sonora senza il fastidio delle domande scomode.
Meta Description: Accuse di pedofilia cancellate dal nuovo film su Michael Jackson. Dan Reed, regista di Leaving Neverland, attacca Hollywood e denuncia l’ipocrisia del pubblico.




