Michael, il biopic che cancella le ombre: Dan Reed accusa, “Jackson era peggio di Epstein”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un elefante enorme nella stanza del cinema, e nessuno lo vuole vedere. Il nuovo film su Michael Jackson, diretto da Antoine Fuqua, arriva sugli schermi come un prodotto luccicante, confezionato per celebrare il “Re del pop” degli anni Ottanta, ma la critica più feroce – quella che arriva da chi ha dedicato anni a indagare le zone d’ombra del cantante – lo sta letteralmente facendo a pezzi. Il regista Dan Reed, che con il documentario “Leaving Neverland” ha riacceso il dibattito sulle presunte violenze su minori, ha lanciato un attacco senza precedenti alla pellicola, sostenendo che l’opera di Fuqua non solo nasconde la verità, ma alimenta un meccanismo di ipocrisia collettiva dove i soldi valgono più della memoria delle vittime.
“Come si fa a raccontare la storia autentica di Michael Jackson senza mai menzionare il fatto che è stato accusato seriamente di pedofilia?” si è chiesto Reed in un’intervista ripresa dal The Hollywood Reporter, utilizzando un argomento destabilizzante per chi ha già acquistato il biglietto. La sua tesi è brutale e priva di mezzi termini: la gente non vuole sapere. “La gente dice che non gli importa che fosse un pedofilo”, ha aggiunto, “letteralmente, non gliene importa nulla. Finché non uscirà un video reale che mostra Michael Jackson mentre fa sesso con un bambino di sette anni, non so cosa basterebbe per aprire gli occhi a queste persone”.
La polemica, tuttavia, non si limita solo al contenuto del film, ma si estende alla sua stessa architettura produttiva. “Michael” si conclude strategicamente nel 1988, al culmine del “Bad Tour”, un confine temporale che agisce come una barriera invisibile per escludere qualsiasi accusa di abuso (la prima è del 1993) e gli anni del declino e dell’isolamento dell’artista. Una scelta, questa, che per Reed dimostra come il fanatismo del pubblico e le dinamiche economiche di Hollywood si intreccino per proteggere un marchio miliardario. La versione originale del copione, infatti, era molto diversa: il terzo atto era interamente dedicato alle indagini della polizia di Los Angeles sul tredicenne Jordan Chandler, ma la clausola di un accordo extragiudiziale ha bloccato tutto, costringendo la produzione a rigiri costosissimi (si parla di decine di milioni di dollari) per trasformare quella denuncia in un inno alla liberazione dal padre.
L’attacco all’ipocrisia del sistema e la risposta del regista
Reed non si ferma qui e colpisce duro, paragonando la gravità della situazione a quella di Jeffrey Epstein, il finanziere morto in carcere mentre aspettava il processo per accuse di traffico di minori. “Quest’uomo era peggio di Jeffrey Epstein”, ha dichiarato senza mezzi termini, sottolineando come il documentario “Leaving Neverland” abbia mostrato due sopravvissuti, Wade Robson e James Safechuck, le cui testimonianze vengono ignorate dall’industria musicale perché scomode. Secondo lui, il problema di fondo è la narrazione distorta che circonda l’eredità Jackson: la ricchezza accumulata e la base di fan massiccia hanno sempre garantito che ogni critica venisse soffocata da insulti e delegittimazioni.
“C’è una montagna di soldi da guadagnare con qualsiasi associazione al marchio Jackson”, afferma Reed, gettando ombre pesantissime sulla morale di chi ha partecipato al progetto. Se ti associ al successo di questo film, ne trai beneficio. Così molte persone, sospetta lui, “inghiottiranno i loro dubbi e diranno che è un bel musical, ignorando completamente la realtà dei fatti”. In questa dinamica, Reed ha rovesciato l’accusa mossa da Fuqua – che in una recente intervista aveva ipotizzato che “a volte le persone fanno cose cattive per soldi” – paragonandola a una gigantesca proiezione: “Per Fuqua accusare gli altri di avidità è piuttosto ironico, visto che tutti quelli coinvolti in questo film stanno solo facendo soldi”.
Il vuoto narrativo e il “ridicolo inferno” delle critiche
Intorno a “Michael” si è scatenato quello che molti definiscono un “ridicolo inferno” di polemiche, ma solo su ciò che manca. Al netto delle sparate di Reed, il prodotto finito è un’operazione chirurgica di marketing: Jaafar Jackson, nipote del cantante, offre una performance che molti definiscono “soprannaturale” nella mimica e nel ballo, ma la regia di Fuqua trasforma la vita in una semplice playlist visiva. Si parla della povertà di Detroit, del rapporto oppressivo con il padre Joe (interpretato da Colman Domingo) e della lavorazione del thriller “Thriller”, ma di figure chiave come Janet e LaToya Jackson non c’è quasi traccia, se non in rapide e aneddotiche apparizioni.
I critici più severi hanno definito la pellicola “stonatamente disonesta” e “uno dei peggiori film del 2026”, evidenziando come il film sia più interessato a santificare l’artista che a esplorare la complessità dell’uomo. La disparità di vedute tra pubblico e critica è lampante: mentre i giornalisti specializzati bocciano il film con percentuali da record (appena il 25-38% su Rotten Tomatoes), il pubblico gli attribuisce valutazioni altissime (fino al 96%), un fenomeno che secondo i detrattori dimostra proprio la tesi di Reed: la voglia di ballare “Billie Jean” è più forte della necessità di fare i conti con le zone d’ombra della storia.
In attesa di un ipotetico secondo capitolo, che l’attore Colman Domingo ha lasciato intendere potrebbe affrontare “le altre cose successe dopo”, il film si chiude idealmente con la promessa di un sequel. Tuttavia, per chi come Reed osserva il fenomeno da fuori, questa attesa è solo un alibi. “Fino a quando non ci sarà una condanna penale lampante”, sembra ripetere, “il meccanismo Jackson continuerà a funzionare”. E mentre gli eredi e la major festeggiano l’incasso, la domanda scomoda sollevata dall’autore di “Leaving Neverland” resta sospesa nell’aria, in attesa di una risposta che forse nessuno vuole davvero sentire.




