‘Michael’ secondo Dan Reed: peggio di Epstein, ma alla gente non importa

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il regista Dan Reed, che già nel 2019 aveva scosso le fondamenta dell’industria musicale con il documentario Leaving Neverland, torna a parlare. Lo fa, in queste ore, con un’intervista rilasciata al The Hollywood Reporter, per lanciare una bordata durissima contro l’atteso biopic Michael diretto da Antoine Fuqua. Al centro della polemica, non la qualità tecnica della pellicola o la performance (a quanto pare soprannaturale) del protagonista Jaafar Jackson, ma una rimozione volontaria e, a suo dire, moralmente inaccettabile: quella delle accuse di pedofilia che hanno segnato l’ultimo quarto di secolo di vita del “re del pop”.

L’accusa di ipocrisia e l’oblio dell’inchiesta

Secondo Reed, la scelta di Fuqua e dello studio di chiudere il racconto della vita di Jackson prima ancora che esplodesse il primo scandalo (la narrazione si interrompe nei dintorni del 1988, durante il Bad Tour) non è una scelta narrativa, ma una rimozione colpevole. “Come si fa a raccontare una storia autentica di Michael Jackson senza mai menzionare il fatto che è stato seriamente accusato di essere un molestatore di minori?”, si chiede il regista, sottolineando quella che lui considera una profonda ipocrisia. La sua tesi, esposta senza filtri, è che il sistema mediatico e una larga fetta del pubblico abbiano scelto la rimozione selettiva per preservare un’eredità economica troppo lucente.

Reed, del resto, non usa mezzi termini per descrivere la gravità delle condotte contestate al cantante; in un passaggio dell’intervista, arriva a sostenere che la situazione fosse “peggio di quella di Jeffrey Epstein”. Non si tratta, evidentemente, di un’iperbole giornalistica fine a se stessa, ma di una provocazione funzionale a smontare l’argomentazione di chi, come lo stesso Fuqua, ha accennato alla possibilità che talune denunce potessero essere mosse da motivazioni economiche. “Per Antoine Fuqua accusare gli altri di essere avidi è alquanto ironico – ribatte Reed –. Mi sembra che tutti quelli coinvolti in questo film stiano solo facendo soldi”. Il documentarista contrappone a questa logica la vicenda dei due protagonisti di Leaving Neverland, Wade Robson e James Safechuck: i quali, ricorda, “non hanno mai visto un centesimo dalle loro accuse”.

Il contratto che cancella la Storia e la macchina dei soldi

Ma c’è un aspetto tecnico, quasi burocratico, che rende questa operazione ancora più singolare ai suoi occhi. Il biopic, stando a quanto ricostruito dalla stampa specializzata, avrebbe dovuto originariamente affrontare le accuse, o almeno i contorni delle indagini. Tuttavia, un cavillo legale legato a un accordo extragiudiziale (quello siglato con il giovane Jordan Chandler, primo accusatore) avrebbe di fatto impedito qualsiasi rappresentazione del minore o della vicenda. Ne è derivato un repentino cambio di sceneggiatura, rigiri costati decine di milioni di dollari e un prodotto finale che, per usare le parole di molti critici, agisce come un’assoluzione preventiva o, peggio, come una rimozione pura e semplice.

“Le persone semplicemente non si curano del fatto che fosse un pedofilo – sostiene Reed senza appello –. Pensano solo alla sua musica”. È qui che si inserisce il giudizio più feroce sul pubblico e sull’industria: mentre Leaving Neverland è stato di fatto rimosso da HBO dopo una disputa legale con l’eredità Jackson (una vicenda che Reed racconta come una forzatura contrattuale preoccupante), Michael si appresta a incassare centinaia di milioni di dollari. Il documentarista definisce questo meccanismo una macchina da soldi che ruota attorno a un marchio ormai inscalfibile: “Se puoi salire a bordo del successo di questo film, ti gioverà. Così molta gente ingoierà i propri dubbi”.

Un finale troncato e il peso di un’assenza annunciata

La struttura stessa del film, quindi, tradisce l’intento celebrativo. Concludendo alle stelle della carriera, la pellicola getta le basi per un ipotetico sequel che, forse, un giorno si occuperà del “dopo”. Ma, nota Reed, il danno narrativo è già fatto: “La gente non capisce che se fai causa, non prendi soldi finché non vinci in tribunale. E quando vinci in tribunale, significa che hai provato la tua tesi, giusto?”. Nel suo ragionamento, l’assoluzione nei processi penali (dovuta anche al clamoroso crollo dell’accusa nel 2005) e la persistenza dei fan non cancellano la sostanza delle testimonianze raccolte nel suo documentario.

Mentre la critica si divide (con punte di scarsi apprezzamenti su testate come il New York Times che parlano di “scramble” narrativo e di un film “themally inert”), gli spettatori sembrano premiare il ritratto edulcorato con punteggi di gradimento altissimi. Per Reed, questo divario è la prova che l’intrattenimento ha vinto sull’inchiesta. “I media fanno la corte al meccanismo Jackson”, accusa, citando le ripercussioni che chiunque critichi l’artista subisce da parte dell’esercito di fan, ma anche il conflitto di interessi di una stampa che vive di coperture dedicate al mito.

In questa narrazione, dunque, Michael diventa il simbolo di un’industria che preferisce il latino “dulce” (il dolce) al “utile” della verità giudiziaria. Un prodotto confezionato per dimenticare, girato con una cura certosina per i dettagli della scalata al successo, che omette però gli anni della caduta, della solitudine e delle aule di tribunale. Resta l’eco della domanda retorica di Reed, una domanda che il film di Fuqua ha scelto di non ascoltare, per non interrompere la colonna sonora del consenso.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.