Michael, il biopic che cancella le ombre e vince al botteghino: la famiglia si spacca, Dan Reed accusa
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il nuovo film su Michael Jackson, intitolato semplicemente “Michael”, ha spazzato via ogni record per un biopic musicale nel suo weekend di apertura, forte di un incasso globale che ha superato i 217 milioni di dollari. Un risultato, questo, che lo proietta ben oltre le performance di titoli del calibro di “Bohemian Rhapsody” e “Straight Outta Compton”, e che sembra suggerire come il pubblico sia perfettamente disposto a separare la potenza del fenomeno artistico dalle inquietudini legate alla sfera privata del cantante. Eppure, a dispetto del trionfo al botteghino – dove ha raccolto 97 milioni solo negli Stati Uniti e circa 6 milioni in Italia – la pellicola diretta da Antoine Fuqua si trova al centro di una bufera mediatica che riguarda tanto le scelte di copione quanto i rapporti burrascosi all’interno della dinastia Jackson.
L’assenza scomoda e il veto familiare
Tra i tanti interrogativi che aleggiano attorno al film – che vede protagonista il nipote d’arte Jaafar Jackson – ce n’è uno che il pubblico non ha smesso di porsi: che fine ha fatto Janet Jackson? La popstar, infatti, è completamente assente dalla pellicola, così come dagli eventi promozionali che hanno scandito l’uscita nelle sale. A gettare luce sulla questione ci ha pensato la sorella La Toya Jackson, la quale ha rivelato come Janet sia stata regolarmente interpellata per apparire, ma abbia “gentilmente declinato” l’invito a prendere parte all’opera. Una scelta, la sua, che il regista Fuqua ha detto di rispettare pur con rammarico. Non solo: secondo indiscrezioni rilanciate da Tmz, durante una proiezione privata riservata ai familiari, la più celebre delle sorelle Jackson avrebbe contestato praticamente ogni scena, anche se fonti vicine alla famiglia hanno poi smentito l’esistenza di un vero e proprio “scontro” aperto.
L’accusa del regista di “Leaving Neverland”
Se le dinamiche interne ai Jackson restano avvolte in una certa opacità, le accuse che arrivano dall’esterno sono di una durezza cristallina. Dan Reed, il regista del documentario “Leaving Neverland” del 2019, ha lanciato una requisitoria contro il biopic, domandandosi retoricamente: «Come si può raccontare una storia autentica su Michael Jackson senza mai menzionare il fatto che sia stato seriamente accusato di pedofilia?». Per il cineasta, che aveva già raccontato in dettaglio le testimonianze di Wade Robson e James Safechuck, l’enorme successo commerciale del film e la crescita dello streaming del catalogo del cantante dimostrerebbero una verità inquietante, e cioè che al grande pubblico «non importa» la sua presunta natura di molestatore di minori. Reed, in un passaggio particolarmente duro, ha arrivato a paragonare la situazione a quella di Jeffrey Epstein, sostenendo che l’industria dello spettacolo continui a lucrare sull’eredità di Jackson chiudendo volutamente un occhio.
Il boicottaggio silenzioso e le modifiche di copione
La versione che è approdata sugli schermi, va ricordato, non è quella originariamente pianificata. La produzione ha dovuto fare i conti con un intoppo legale non da poco: una clausola di non divulgazione, risalente a un accordo extragiudiziale con il giovane Jordan Chandler, impediva allo studio di menzionare o drammatizzare le accuse degli anni Novanta. Gran parte del terzo atto, quindi, è stato rigirato a costi proibitivi (si parla di una spesa aggiuntiva di 50 milioni di dollari), spostando il finale del racconto al 1988, prima quindi che le ombre della pedofilia si addensassero definitivamente sulla figura del “Re del pop”. Questa scelta, se da un lato ha garantito la fattibilità legale del progetto, dall’altro ha radicalizzato le critiche di chi – come lo stesso Reed – vede in questa operazione una colpevole riscrittura della storia. Il sostegno della tenuta Jackson, che ha partecipato attivamente alla produzione, è stato determinante per blindare un racconto privo di quelle asperità che, evidentemente, il grande pubblico ha scelto di ignorare, decretando il record al botteghino e spianando la strada a un sequel già ampiamente anticipato.




