‘Michael’, il biopic che divide la critica ma stacca il record al botteghino: cosa è finito (e cosa no) nella sala di montaggio
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La musica, si sa, è un’ancora di salvezza potente, ma nel caso di Michael Jackson, quel re del pop la cui ombra ingombrante continua a proiettarsi sul presente, la melodia sembra aver vinto su tutto il resto. Il biopic intitolato semplicemente Michael, interpretato dal nipote Jaafar Jackson (figlio di Jermaine, per intenderci) – e che doveva rappresentare il ritratto definitivo dell’artista – è diventato un caso cinematografico prima ancora di debuttare sugli schermi, complice una produzione travagliata fatta di ripensamenti, clausole legali e metri di pellicola finiti dritti nel dimenticatoio. Accolto in maniera a dir poco tiepida dalla critica specializzata, che gli ha affibbiato un punteggio intorno al 30% su Rotten Tomatoes -3, il film ha però compiuto un vero e proprio miracolo finanziario: non solo ha sbancato il botteghino incassando oltre 440 milioni di dollari in tutto il mondo nelle prime settimane -1-2, ma ha innescato un effetto valanga tale da riportare il vecchio catalogo del cantante a numeri da capogiro nelle classifiche di streaming.
L’elefante nella stanza: il patto di non divulgazione che ha cambiato la sceneggiatura
La vera domanda – quella che aleggia tra gli spettatori più attenti e dietro le quinte di Hollywood – riguarda però ciò che non vedremo mai sul grande schermo, o almeno non in questa prima tranche narrativa. A rivelarlo è stato lo stesso regista Antoine Fuqua, il quale ha confessato di aver dovuto lasciare sul pavimento della sala di montaggio quasi un terzo del girato originale. Il motivo non è artistico, bensì puramente legale: una clausola, contenuta in un accordo riservato stipulato negli anni Novanta tra la famiglia Jackson e i suoi accusatori, impedisce esplicitamente la drammatizzazione delle accuse di abusi del 1993. Fuqua, che aveva già terminato il suo montaggio definitivo, si è trovato con le mani legate quando gli è stato notificato il veto: “È stato un pugno nello stomaco”, ha dichiarato. Il progetto originariamente doveva arrivare fino al 1995, toccando i momenti più bui della parabola discendente dell’artista, ma il vaglio legale ha costretto i produttori – con un dispendio di milioni di dollari in riprese aggiuntive – a concludere bruscamente la storia nel 1988, culminando con il tour di Bad prima che le accuse diventassero di dominio pubblico. Per aggirare l’ostacolo della rappresentazione diretta, Fuqua ha scelto una strada obliqua: piuttosto che cancellare il dramma, ha deciso di “piantare i semi” di ciò che sarebbe accaduto dopo, preparando il terreno per quella che molti addetti ai lavori immaginano già come una seconda parte.
Il fronte “tagli illustri”: quando Diana Ross finisce nella carta straccia
Se l’assenza delle accuse rappresenta il “buco nero” narrativo più evidente, non è l’unica amputazione subita dalla pellicola. Ulteriori complicazioni, definite genericamente come “considerazioni legali”, hanno portato all’eliminazione di un cameo che molti attendevano con curiosità: quello di Kat Graham nei panni di Diana Ross. L’attrice, ingaggiata nel 2024 per interpretare la leggendaria cantante dei Supremes (che nella realtà condivise con Michael un legame profondo, artistico e personale, anche durante le riprese de Il Mago), ha confermato via social che le sue scene sono state completamente rimosse. Nessuna spiegazione ufficiale è stata fornita dalla produzione, ma il caso dimostra quanto il crinale tra biografia autorizzata (il film è fortemente voluto dall’eredità Jackson) e la dura realtà dei diritti di terze parti sia minato. Per Fuqua, che ha sempre dichiarato di voler mostrare l’uomo dietro l’icona, queste assenze rappresentano una ferita aperta, un’opera che lui stesso definisce ora “incompleta” rispetto alla visione iniziale.
Il miracolo del box office e la rinascita discografica di Jackson
Nonostante le recensioni feroci – alcune testate hanno parlato di un “plod cronologico” che svuota i personaggi della loro anima, altre di un film “frustrante” che arretra ogni volta che sta per lanciare un affondo critico -3 – il pubblico ha deciso di ignorare i detrattori. L’effetto valanga si è riversato non solo sugli incassi, ma letteralmente sulle piattaforme di streaming musicale. La settimana successiva all’uscita della pellicola, il catalogo solista di Michael Jackson ha registrato 137,5 milioni di stream su richiesta nei soli Stati Uniti: un incremento del 146% rispetto alla settimana precedente, che ha più che raddoppiato il suo record personale. Thriller, l’album più venduto di tutti i tempi, è ripiombato dritto in top ten al numero 7 della Billboard 200, segnando la sua posizione più alta dagli anni Ottanta. Una resurrezione commerciale, questa, che nessun critico avrebbe potuto predire e che certifica la distanza abissale tra il giudizio della sala stampa e l’abbraccio caloroso (e portafoglio alla mano) del fan medio, il quale cerca forse più la celebrazione che l’analisi complessa.
Un sequel per raccontare la parte “maledetta” della storia?
L’architettura del film attuale si regge quindi su un equilibrio precario: quello di un racconto che si interrompe proprio sul più bello, con Jackson all’apice della fama ma con la consapevolezza, per lo spettatore informato, della discesa agli inferi che lo attende. A suggellare questa strategia produttiva ci pensa una scritta a fine pellicola: “La sua storia continua”, che agisce come un esplicito salvacondotto per un sequel. E questo secondo capitolo, qualora venisse realizzato (e le voci di corridoio parlano di trattative già avviate per espandere il franchise), si troverebbe obbligatoriamente a fare i conti con quello che manca oggi. Il regista ha già dichiarato di aver girato sequenze drammatiche – tra cui la retata a Neverland e i momenti in cui l’artista veniva “trattato come un animale” – attualmente custodite nei magazzini. Se la prima parte è un trionfo autorizzato che glorifica il genio, la seconda parte, per coerenza narrativa, dovrebbe necessariamente indossare i panni del processo e delle accuse, mettendo alla prova la blindatura voluta dall’eredità del cantante. Il film, insomma, è per ora riuscito nell’impresa di far ballare il pubblico ignorando i fantasmi; ma quei fantasmi, come dimostrano le bobine tagliate di Fuqua, sono più vivi che mai e bussano già alla porta della sala di montaggio per il prossimo round.




