‘Michael’ e il suo record italiano: 5,3 milioni di euro in tre giorni, ma alcune ombre restano fuori dallo schermo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il biopic dedicato a Michael Jackson ha letteralmente sfondato il box office italiano, forte di un debutto che pochi, forse, si aspettavano di questa portata. Stiamo parlando di Michael, la pellicola diretta da Antoine Fuqua con protagonista Jaafar Jackson, nipote del Re del pop, uscita nelle sale italiane il 22 aprile scorso: nei soli primi tre giorni di programmazione regolare ha incassato 5,3 milioni di euro, una cifra che sale oltre i 6,4 milioni se si includono anche gli incassi del mercoledì di arrivo. Numeri che riportano alla memoria l’esordio di Bohemian Rhapsody nel 2018, un altro fenomeno planetario partito con 5.507.422 euro per chiudere poi la propria corsa a 29.079.056 complessivi. Eppure, dietro questo trionfo al botteghino si nascondono scelte narrative precise, alcune delle quali hanno già acceso il dibattito tra chi segue da vicino la tormentata eredità dell’artista.

Un successo da record che solleva domande sulla ricostruzione dei fatti

Quando si decide di raccontare un “mostro sacro” della cultura pop come Michael Jackson – un personaggio la cui vita è stata un alternarsi di vette artistiche e abissi personali – il rischio di scivolare sulla buccia di banana della semplificazione o dell’agiografia è altissimo. Il regista Antoine Fuqua, lo sceneggiatore John Logan e i produttori Graham King, John Branca e John McClain hanno raccolto la sfida con un obiettivo dichiaratamente commerciale: far incassare “camionate di soldi” alla Lionsgate. Ma ce n’era anche un altro, forse meno nobile ma altrettanto chiaro, ovvero accontentare gli eredi di Jackson puntando sulla nostalgia per i suoi anni migliori. E proprio qui sta il nodo: il film omette sistematicamente le terrificanti accuse di abusi su minori che hanno segnato gli ultimi quindici anni di vita del cantante, scegliendo una strada che privilegia la celebrazione rispetto all’inchiesta.

Le differenze con la storia vera: dove il film prende un’altra direzione

Alcune scelte di sceneggiatura divergono in modo significativo dai fatti accertati. Ad esempio, la pellicola non include la figura di Janet Jackson, sorella dell’artista e lei stessa icona pop, né approfondisce il rapporto – complesso e a tratti inquietante – con Bubbles, lo scimpanzé che per anni visse al fianco di Michael nel ranch di Neverland. Non si tratta di dettagli secondari, perché proprio quegli elementi (l’isolamento, la costruzione di un mondo fantastico, la difficoltà nei legami familiari) hanno alimentato per decenni il racconto pubblico del personaggio. La loro assenza non è innocente: trasforma il biopic in una sorta di operazione di ristrutturazione dell’immagine, dove il dolore vero (quello delle presunte vittime, quello dei processi, quello delle perizie psichiatriche) viene sostituito da una messa in scena patinata del talento.

Jaafar Jackson e la scelta di non guardare in faccia la cronaca nera

Interpretare lo zio non era impresa da poco, e Jaafar Jackson ci prova con una dedizione fisica notevole; ma il problema non è la recitazione. È la cornice che gli viene data. Il film evita con cura qualsiasi riferimento alle inchieste giudiziarie che hanno coinvolto Michael Jackson tra gli anni Novanta e Duemila, compresi gli sviluppi emersi dopo la sua morte – come i documentari Leaving Neverland che hanno riacceso l’attenzione mediatica e legale sulle accuse. In un prodotto che si presenta come biopic, questa rimozione non è un dettaglio: è una scelta di campo. Non si chiede allo spettatore di giudicare, ma semplicemente di dimenticare. E il pubblico, almeno guardando i numeri, sembra aver accolto con entusiasmo questa possibilità di tornare ad amare il Re del pop senza il peso delle aule di tribunale.

Numeri da capogiro, ma nessuna conclusione su ciò che resta fuori

Resta il fatto, oggettivo e inoppugnabile, che *Michael* ha già segnato il miglior debutto di sempre per un biopic a livello globale, forti di milioni di dollari incassati in tutto il mondo a partire dal giorno dell’uscita. Un risultato che parla da solo, e che consegna a Fuqua e ai produttori un successo commerciale senza precedenti. Ma chi cerca in questa pellicola le pieghe oscure di una delle figure più controverse del Novecento resterà a bocca asciutta. Perché *Michael* non è un’inchiesta, non è un documentario, non è nemmeno un tentativo di bilanciare luce e ombra: è uno spettacolo, e come tale va giudicato. I conti con la verità, semmai, si faranno altrove.

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