‘Michael’, il biopic che non voleva disturbare: Jaafar Jackson incanta, ma il Re del Pop resta un mistero
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Esistono i film, ed esistono le operazioni commerciali mascherate da cinema. Il nuovo semi-biopic su Michael Jackson, diretto da Antoine Fuqua e prodotto da Graham King (lo stesso di Bohemian Rhapsody), appartiene purtroppo alla seconda categoria. Si tratta di un’opera patinata, un montaggio di 127 minuti che celebra il divo – la sua voce, i suoi passi di danza – ignorando sistematicamente quello che i critici anglosassoni, senza troppi giri di parole, hanno definito “l’elefante nella stanza”. Il risultato è un film che, per usare le parole della stampa specializzata, scivola via tra cliché e sorrisi d’ordinanza, lasciando sul piatto un ritratto talmente asettico da risultare, paradossalmente, disumano.
Ciò che salva la pellicola dall’oblio immediato è esclusivamente la performance di Jaafar Jackson, il nipote dell’artista (figlio di Jermaine) che ne interpreta le movenze da brividi. La sua trasformazione è tale – frutto di anni di prove trascorsi anche nella vecchia stanza da letto dello zio a Hayvenhurst – che spesso si fa fatica a distinguere l’imitazione dalla realtà. Tuttavia, la bravura dell’erede non basta a colmare un vuoto narrativo profondo: il lungometraggio racconta la scalata dal Jackson 5 al successo solistico degli anni ’80, ma si ferma lì, concludendosi prima che la vita del cantante venga travolta dalle prime accuse.
Il silenzio sulle accuse e la clausola che ha cambiato il finale
La ragione di questa amnesia selettiva non è solo una scelta estetica, ma una necessità legale. Le riprese originali del film includevano un terzo atto dedicato alle vicende giudiziarie, in particolare al caso di Jordan Chandler, il ragazzino che all’epoca ricevette una sostanziosa transazione economica. Peccato che i legali della tenuta abbiano scoperto una clausola, nascosta nei meandri del vecchio accordo extragiudiziale, che vieta esplicitamente la rappresentazione o la menzione del minore in qualsiasi prodotto cinematografico. La scoperta ha costretto la produzione a un drastico dietrofront: rigirare gran parte del finale (con un esborso aggiuntivo di circa 50 milioni di dollari) per archiviare la faccenda e concludere la storia sul finire del tour di *Bad*.
Ne consegue una narrazione che, pur durando oltre due ore, sembra scivolare via senza mai graffiare. Se da un lato la Jackson family ha plaudito alla prova del giovane Jaafar (con Marlon e La Toya che hanno giurato di essersi dimenticati di guardare un nipote, tanto la somiglianza era impressionante) -6, dall’altro lo spettatore si trova di fronte a un biopic che è tutto luci e nessuna ombra. La critica internazionale non ha usato mezzi termini: si è parlato apertamente di “whitewash” (imbiancatura), di un’operazione che trasforma la complessità di un genio tormentato in un prodotto da vendere sugli scaffali.
Janet Jackson e le defezioni illustri: il clan si spacca?
Proprio il legame con la cerchia familiare ha generato un’altra piccola crepa nella patinata vetrina hollywoodiana. In un film che vorrebbe raccontare l’epopea dei Jackson, brilla per assenza una delle protagoniste indiscusse della dinastia: Janet Jackson. Ed è una mancanza talmente vistosa da non poter passare inosservata. Mentre altri fratelli compaiono (chi più, chi meno), della decima e più giovane delle sorelle non c’è nemmeno l’ombra. La versione ufficiale, fornita da La Toya Jackson sul tappeto rosso, recita che la popstar “è stata contattata e gentilmente ha rifiutato. Dobbiamo rispettare i suoi desideri”.
Tuttavia, questo rifiuto si inserisce in un clima di evidente tensione domestica. A differenza del fratello Prince (impegnato come produttore esecutivo), Paris Jackson, la figlia del cantante, ha preso le distanze dal progetto in modo netto e pubblico, definendolo una narrazione falsa e manipolata. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa, l’aria in famiglia sarebbe tutt’altro che serena: dopo una proiezione privata, la stessa Janet avrebbe criticato duramente la pellicola, alimentando una frattura con il resto del clan che sembra più profonda di quanto si voglia far credere. In questo contesto, il Re del Pop resta un’icona lontana, un totem intoccabile che il film non osa nemmeno avvicinare.
Numeri da capogiro nonostante le recensioni al vetriolo: l’appeal del mito
Nonostante le stroncature (il punteggio su Rotten Tomatoes si aggira attorno al 38-40% e le recensioni lo descrivono come “ghoulish” o “senza anima”), *Michael* ha infranto ogni previsione al botteghino. L’esordio globale ha raggiunto i 217 milioni di dollari, un record assoluto per un biopic musicale che supera ampiamente i precedenti primati di *Bohemian Rhapsody* e *Straight Outta Compton*. Il pubblico sembra aver risposto con entusiasmo laddove la critica ha bocciato, dimostrando che la macchina del ricordo – fatta di numeri da classifica e coreografie immortali – è ancora in grado di riempire le sale.
La pellicola, costata circa 200 milioni di dollari (tra produzione e costose rifiniture postume), è insomma un fenomeno divisivo. Da una parte c’è chi, come qualche recensore, parla di “frustrante superficialità”; dall’altra, chi si lascia cullare dalla colonna sonora e dalle coreografie. Quello che sfugge a molti, in questo bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, è che nonostante la bravura tecnica di Jaafar e la regia sontuosa di Fuqua, l’uomo Michael Jackson – i suoi demoni, la sua voce sussurrata, il suo rapporto complicato con la fama – rimane un enigma. E forse, visti gli oltre 200 milioni incassati nel weekend d’apertura, a Hollywood interessa ben poco svelarlo.




