Michael, il biopic rattoppato che incassa (nonostante tutto) e divide proprio come il suo fantasma
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’era una volta, un anno e mezzo fa, un Timothée Chalamet travestito da Bob Dylan che rispondeva a una domanda sul futuro con un’insegna da ribelle: “Qualunque cosa non vogliano che io sia”. Oggi, sul grande schermo, è un altro idolo della musica a fare i conti con la stessa identica, frustrante esigenza di autodeterminazione. Jaafar Jackson – che del “Re del Pop” non è un attore qualsiasi, bensì il nipote – veste i panni di Michael Jackson in un’operazione biografica che, lo si vede fin dalle prime inquadrature, è stata rattoppata più volte. E il problema, proprio come per il giovane Chalamet, è sempre lo stesso: cosa scegliere di essere, quando intorno c’è un’industria (e una famiglia) che vuole decidere per te? Se per il Dylan cinematografico la risposta era un rifiuto generazionale, per il Michael Jackson degli ultimi giorni il conflitto è più viscerale e privato: diventare un artista solista, cosa che principalmente il padre non vuole. Il film, in fondo, racconta solo questa lunga, estenuante fuga verso l’autonomia.
Prodotto da Graham King – lo stesso, va ricordato, che ha confezionato il kolossal Bohemian Rhapsody (quasi un miliardo di incasso globale, una cifra che garantisce a lui e probabilmente a un altro paio di generazioni della sua famiglia una vecchiaia dorata) – Michael arriva nelle sale italiano con i numeri dalla sua parte, nonostante una critica internazionale che lo ha letteralmente fatto a pezzi. Nel primo giorno di programmazione, il film ha incassato 1.099.269 euro, conquistando 135.026 spettatori e piazzandosi al vertice del box office. Un risultato, questo, che supera largo la partenza proprio di Bohemian Rhapsody, fermo allora a circa 800mila euro. Sembra proprio che il pubblico, staccando la spina da qualsiasi perplessità biografica, abbia deciso di ignorare il polverone sollevato dalla critica anglosassone, dove il film è stato accolto con definizioni alquanto dure, passando dal “ghoulish” (macabro) del The Independent al “bianchetto” del The Telegraph.
Il padre, il fantasma e la famiglia sul set
Antoine Fuqua, regista che ha segnato il cinema d’azione con Training Day (il suo zenith indiscusso, anche se la serie di The Equalizer ha regalato soddisfazioni agli amanti del genere), dirige questa macchina imponente cercando di restituire la parabola umana dei Jackson: dall’infanzia dura del piccolo Michael al successo planetario con i Jackson 5, fino alla consacrazione. E qui arriva il nodo centrale della narrazione, che molti critici hanno definito “sanificata” o addirittura “incredibile”. Il film sceglie un antagonista preciso per il suo eroe: il padre, Joe Jackson, interpretato da un Colman Domingo (attore candidato all’Oscar, noto per Rustin e per il ruolo di Ali in Euphoria). Domingo, sotto pesanti protesi, costruisce un patriarca duro, lo “Svengali domestico” da cui Michael deve liberarsi per affermare la propria voce solista. È questa, se vogliamo, la semplificazione drammaturgica che il film regala al pubblico: una psicanalisi da manuale che riduce le complessità – e i famosi “buchi neri” della vita di Jackson – a un semplice conflitto generazionale e artistico.
Un puzzle milionario che mostra tutte le sue cuciture
Ciò che emerge dalla visione, e che i dati di produzione confermano, è l’evidente natura di “puzzle” di quest’opera. Il film ha subito riprese aggiuntive e una ristrutturazione pesante della sceneggiatura dopo che la prima versione, pare, includeva riferimenti più espliciti alle accuse di abusi che hanno tormentato il cantante a partire dal 1993. Alla fine, si è scelto di chiudere il racconto intorno al 1988, durante il Bad tour, tralasciando volutamente gli capitoli più spinosi. Questa scelta – definita dal Rolling Stone come un film che “si attorciglia su se stesso per evitare che tu possa pensare a certe cose” – è il tallone d’Achille di Michael. Se da un lato la critica più autorevole (basti pensare alla BBC, che lo ha bollato come “uno dei peggiori film del 2026”) ne ha sottolineato la natura di “vetrina patinata” e la mancanza di spessore, dall’altro lato bisogna riconoscere che il meccanismo spettacolare funziona perfettamente per il grande pubblico. È un biopic che soddisfa ogni aspettativa di chi vuole solo ascoltare i successi, e al contempo delude chi cerca una verità, proprio come il fantasma mediatico del suo protagonista.
Il miracolo (e il limite) della somiglianza fisica
Cosa resta, allora, di questa operazione da 155 milioni di dollari (budget lievitato proprio a causa dei continui rifacimenti)? Resta innanzitutto l’interpretazione di Jaafar Jackson, che la critica – anche quella più feroce – salva all’unanimità per la sua capacità di catturare lo sguardo, le movenze liquide e quel mix di fragilità e acciaio che rendeva unico Michael. In un film che punta tutto sull’imitazione pedissequa piuttosto che sulla reinvenzione, Jaafar è l’unico elemento vivo. Attorno a lui, però, la costruzione regge a fatica: Graham King, che aveva già prodotto perle come Rango o Argo, dimostra di aver imparato la lezione di Bohemian Rhapsody fino in fondo, confezionando un prodotto cinematografico che, come osservato da TheWrap, assomiglia più a “un controllo dei danni” che a un’opera d’arte compiuta. L’operazione, insomma, è riuscita commercialmente: il film è primo al botteghino, ha già scatenato il mercato globale e, al di là delle polemiche, garantisce a tutti gli eredi una rendita sicura. Ma proprio come nella vita del suo protagonista, il dubbio sulla sincerità di tutto questo – su cosa volesse davvero essere quel ragazzo – rimane sospeso, incompreso e forse, volutamente, irrisolto.




