«Michael», il film su Jackson celebra il re del pop senza entrare davvero nelle sue ombre

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nel lungo viaggio dentro «Michael» – l’atteso biopic diretto da Antoine Fuqua e prodotto dallo stesso artigiano che aveva confezionato «Bohemian Rhapsody» – in cui lo spettatore si rende conto che il ritratto del Re del Pop, per quanto visivamente sfolgorante, si tiene volentieri a distanza di sicurezza dalle zone d’ombra. Il film, ora nelle sale con Universal Pictures, apre le sue danze con il bambino prodigio dei Jackson 5, quello costretto a subire il pugno di ferro del padre Joe (interpretato da un inquieto Colman Domingo), e da lì in poi segue una linea narrativa che concede moltissimo alla spettacolarità e pochissimo, invece, alla complessità di un uomo che della complessità è stato, suo malgrado, un simbolo vivente.

Un biopic costruito come un grande concerto, ma con una sceneggiatura timida

La struttura richiama da vicino la formula già sperimentata con successo per Freddie Mercury: molto spazio alla musica, ricostruzioni coreografiche meticolose, e una galleria di successi che scorrono come un jukebox emozionale. Eppure, proprio mentre ci si aspetta che la macchina da presa osi addentrarsi nei vicoli ciechi della parabola artistica e umana di Michael Jackson, il film sceglie prudentemente di fermarsi. Il punto d’arrivo, infatti, è il 1988, il culmine del Bad Tour, momento in cui la celebrità diventa qualcosa di indistinguibile da un fenomeno naturale. Poi, una scritta enigmatica appare poco prima dei titoli di coda: «His Story Continues». Una promessa che, però, il film non mantiene, lasciando fuori campo tutto ciò che sarebbe venuto dopo – le accuse, i processi, l’isolamento, la trasformazione fisica e mediatica.

Il botteghino italiano parla chiaro: l’effetto Jackson c’è, ma non travolge

Se lo sguardo si sposta sui numeri del box office nazionale, «Michael» si presenta come un caso interessante ma non prorompente. I dati raccolti dal venerdì 24 aprile 2026 lo collocano ai piedi del podio, scavalcato da «The Drama – Un segreto è per sempre», quella commedia romantica nera con Robert Pattinson e Zendaya che, a sorpresa, continua a macinare incassi con una lentezza quasi ironica. Nel suo quarto venerdì di programmazione, «The Drama» ha incassato 74.276 euro, segnando un -62% rispetto alla settimana precedente; una flessione significativa, certo, ma con una media di 241 euro per ciascuno dei 308 cinema in cui è ancora proiettato. Il totale, dal primo aprile scorso, ha raggiunto 4.814.478 euro, e il traguardo dei 5 milioni è ormai una formalità. «Michael», dunque, resta in scia, senza però riuscire a imporsi come l’evento di rottura che molti pronosticavano.

L’assenza che pesa: Janet Jackson non c’è, e La Toya spiega il perché

Uno dei dettagli che ha maggiormente alimentato le discussioni tra gli spettatori più attenti – e che il film non si preoccupa di giustificare al suo interno – riguarda una delle assenze più clamorose nel quadro familiare: Janet Jackson, la sorella più amata dal grande pubblico e da sempre considerata una delle poche artiste in grado di reggere il confronto artistico con Michael, non compare mai. Alla première di Los Angeles, un’altra delle sorelle, La Toya Jackson, ha provato a gettare luce sulla scelta, spiegando che non si è trattato di una dimenticanza né di un dissidio, quanto piuttosto di una decisione produttiva legata alla struttura temporale del racconto. Un’excusatio non troppo debole, ma che lascia aperto un interrogativo: come si fa a raccontare l’ascesa di Michael Jackson senza nemmeno un controcampo su Janet, quando fu proprio l’intreccio delle loro carriere a definire per anni l’immagine pubblica della dinastia? La domanda resta sospesa, come molte altre del resto, perché il film preferisce la celebrazione all’analisi e l’inno al dubbio.

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