Michael Jackson, il nipote Jaafar si fa (ri)nascere per il biopic che cancella gli abusi

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   È una storia che, nonostante le innumerevoli ombre, continua a esercitare un fascino magnetico, quella dei Jackson. A Berlino, città simbolo di un vecchio mondo diviso che proprio il "Re del Pop" contribuì a unire con la sua musica, è stata offerta l’anteprima mondiale di "Michael", il biopic che prova a riportare sotto i riflettori la leggenda, ma anche le sue profonde crepe. L’operazione, voluta dalla famiglia a distanza di ormai diciassette anni dalla scomparsa della popstar, affida le fattezze del cantante a un membro della dinastia: Jaafar, figlio di Jermaine e quindi nipote diretto del mito, ha preso su di sé il peso di restituire l’anima di quell’uomo che, nelle sue stesse parole riportate nei giorni scorsi, “non ha eguali”.

Jaafar non si è limitato a indossare un guanto bianco o a calzare le celebri mocassini; la sua trasformazione è stata fisica, quasi cruenta. “Per somigliargli ho ballato fino a farmi sanguinare i piedi”, ha confessato l’esordiente, che sul set ha dovuto riprodurre la carismatica potenza del di macchina di suo zio, ma anche la fragilità di un artista tormentato. Prodotto da Graham King, lo stesso mente di "Bohemian Rhapsody", il film diretto da Antoine Fuqua cerca di replicare la formula vincente del rock sinfonico dei Queen: una narrazione patinata che segue l’ascesa, si sofferma sulle pressioni del successo, ma che secondo le prime ricostruzioni sceglie un taglio netto quando si avvicina alle zone d’ombra più scomode.

L’aspetto più controverso, e forse il più chiacchierato nelle sale di posa, riguarda la gestione delle accuse di presunti abusi sessuali che hanno segnato gli ultimi capitoli della vita del cantante. Sembra, da quanto trapela dagli ambienti produttivi statunitensi, che una clausola dimenticata in un vecchio accordo con uno degli accusatori abbia forzato la produzione a una drastica riscrittura: una buona fetta del film, quella che avrebbe dovuto esplorare gli scandali e le aule di tribunale, è stata tagliata o totalmente rimontata per evitare violazioni contrattuali. Questo ha permesso alla pellicola di ottenere il via libera dalla complessa gestione dell’eredità del cantante, trasformando quella che poteva essere un’analisi impietosa in un’operazione quasi agiografica.

L’ombra di Berlino e il rischio di una storia censurata

Proprio Berlino Ovest, quella che nel 1988 accolse Michael Jackson come un eroe della libertà (mentre la polizia della DDR tendeva le orecchie dall’altra parte del Muro), è oggi il teatro di una memoria selettiva. Il film uscirà nelle sale il 22 aprile distribuito da Universal, e punta a dimenticare le battaglie legali postume, le spese folli e l’isolamento di Neverland, per concentrarsi esclusivamente sul genio coreutico e vocale. Per Jaafar, che fino a ieri era un cantante sconosciuto, l’operazione rappresenta un esordio atomico; interpretare lo zio significa calcare un palcoscenico già immenso, dove la finzione e la realtà si mescolano pericolosamente.

Ma se il film intende ripulire l’immagine del cantante per un pubblico giovane che “deve capire chi fosse veramente Michael” (come ha sottolineato lo stesso Jaafar), la cronaca giudiziaria e i documentari come "Leaving Neverland" restano lì, a testimoniare un’eredità ambivalente. Nonostante l’assoluzione in un processo penale del 2005, la macchina del biopic sembra aver deciso di eludere il problema piuttosto che affrontarlo, una scelta che trasforma la pellicola in un prodotto nostalgico privo della necessaria profondità critica. In un’epoca in cui i confini tra biografia autorizzata e verità storica sono sempre più labili, "Michael" rischia di essere un monumento costruito su fondamenta fragili, dove il del nipote, scolpito fino al sangue per assomigliare allo zio, diventa il simbolo di una rinascita che cancella le rughe e le cicatrici più brutte della storia.

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