Michael Jackson, la “seconda famiglia” lo accusa: abusi sessuali e un patto da 16 milioni
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il momento, dal punto di vista puramente commerciale, non potrebbe essere più incongruente o forse, a pensarci bene, più strategico. Mentre il biopic “Michael” (quello che, per un accordo legalmente vincolante, è stato costretto a eliminare ogni riferimento alle accuse di pedofilia dalla sua narrativa) -5-8 infiamma i botteghini con un record di 97 milioni di dollari nel weekend d’esordio -3, la cosiddetta “seconda famiglia” della pop star ha rotto un silenzio che durava da oltre un quarto di secolo. I quattro fratelli Cascio, Edward Joseph, Dominic Savini, Marie-Nicole Porte e Aldo -1-4, hanno depositato una causa federale a Los Angeles sostenendo di essere stati, cito testualmente dal documento, “adescati, drogati e ripetutamente aggrediti sessualmente” da colui che consideravano un padre putativo.
Per anni, come è stato ampiamente documentato dai media, la loro voce era stata tra le più ferree a ergersi a difesa del cantante. Basti pensare a quella famosa intervista del 2010 con Oprah Winfrey, dove i ragazzi – allora giovanissimi – seduti accanto ai loro genitori, negavano con un secco “Never” l’esistenza di qualsiasi comportamento improprio, definendo Jackson un semplice “bersaglio” di accuse infondate. Oggi, quella narrazione viene rovesciata come un guanto. Nella memoria depositata alla vigilia dell’uscita del film, i ricorrenti spiegano che quella difesa non era spontanea, ma il frutto di un vero e proprio lavaggio del cervello: Michael li avrebbe trasformati nei suoi “soldati”, pronti a giurarne l’innocenza per proteggere il carnefice mentre le violenze continuavano nell’ombra.
Un presunto “patto di silenzio” da milioni di dollari
La vertenza, tuttavia, non nasce dal nulla, ma affonda le radici in un retroscena giudiziario ben più opaco che riguarda direttamente il patrimonio dell’eredità. Secondo quanto ricostruito dal ‘New York Times’ e citato negli atti, i Cascio non denunciarono i fatti subito dopo la morte di Jackson (avvenuta nel 2009) o dopo la maturazione della consapevolezza avvenuta grazie al documentario ‘Leaving Neverland’ del 2019. Al contrario, pare abbiano negoziato privatamente con l’entourage legale del defunto artista. Il risultato fu un accordo confidenziale siglato nel 2020, del valore complessivo di circa 16 milioni di dollari, che prevedeva pagamenti dilazionati fino al 2025. In cambio di quel denaro – circa 2,8 milioni a testa secondo le stime della difesa – hanno tenuto la bocca cucita.
Ma ora che l’assegno quinquennale è scaduto e la trattativa per un nuovo rinnovo (si parla di richieste che arriverebbero a centinaia di milioni) sarebbe fallita -1-9, la questione è esplosa in tribunale. L’accusa mossa oggi non riguarda solo la violenza subita quando erano bambini, a partire dai sette o otto anni -4, ma anche il ruolo dei manager e degli avvocati che amministrano l’eredità. Nello specifico, viene contestato a John Branca, John McLain e al detective Herman Weisberg di averli manipolati anche da adulti, facendo loro credere che certi legali agissero per tutelare i loro interessi quando invece rappresentavano Jackson.
La difesa dell’eredità e i dettagli della causa
La replica degli eredi non si è fatta attendere ed è, come prevedibile, feroce. L’avvocato Marty Singer, da anni portavoce delle battaglie legali postume del cantante, ha liquidato l’iniziativa come una “disperata ricerca di denaro” e una “truffa estorsiva”. Il legale sottolinea la contraddizione di fondo, ovvero che questi stessi fratelli hanno speso 25 anni a difendere l’innocenza di Jackson in ogni sede, pubblica e giudiziaria, e che ora, approfittando del fatto che l’artista è morto e non può essere querelato per diffamazione, tentano un nuovo “colpo grosso”.
Nel merito della causa, visionata da Variety e dal New Jersey Magazine, i dettagli sono particolarmente crudi anche se esposti con il linguaggio asettico del legal writing. I Cascio descrivono una relazione iniziata negli anni ’80 grazie al padre, manager di un hotel di lusso a New York dove Jackson soggiornava spesso. Il cantante si sarebbe insinuato nella vita familiare, normalizzando la sua presenza costante a casa loro nel New Jersey. Il testo della denuncia parla di viaggi internazionali durante i tour, di sessioni in cantina (la "Wine Cellar" di Neverland) dove veniva somministrato alcol ribattezzato “Disney Juice” -4, e di un sistema coercitivo che isolava i ragazzini dai genitori per facilitare le aggressioni. Viene citato anche l’uso di pornografia infantile per “desensibilizzare” le vittime.
Un paradosso industriale e cinematografico
Ciò che rende la sovrapposizione temporale notevole è il fatto che queste rivelazioni arrivano mentre l’industria hollywoodiana cerca disperatamente di riabilitare il brand Jackson attraverso la figura del nipote Jaafar. La pellicola, per ragioni legate a vecchi accordi con i denuncianti originali (come il patto che impedisce di menzionare Jordan Chandler), è stata pesantemente rimontata: il terzo atto, che avrebbe dovuto mostrare il crollo della carriera di Jackson, è stato cancellato e rigirato in 22 giorni, bloccando la cronaca agli anni ‘80.
Ma i fatti di cronaca giudiziaria, a differenza dei film, non si prestano a un lieto fine artificiale. La contraddizione tra il trionfo al botteghino e la mole di queste nuove accuse – che parlano di aggressioni consumatesi persino a casa di Elizabeth Taylor o Elton John -4 – è destinata probabilmente ad acuirsi. E mentre il giudice dovrà ora stabilire se la clausola del precedente accordo milionario impedisca o meno questa nuova azione legale (come sostiene la difesa, che chiede l’arbitrato -4-9), rimane il fatto che la “seconda famiglia” ha ufficialmente rotto gli indugi, portando in aula uno scheletro che l’armadio del Re del Pop non sembra più in grado di contenere.




