Michael, il biopic del re del pop tra musica e guerre in famiglia: Jackson interpretato dal nipote Jaafar
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Arriva Michael, il biopic del re del pop, e lo fa con un’eredità tanto pesante quanto controversa. A interpretare la leggenda della musica, in questa produzione da 155 milioni di dollari firmata da Antoine Fuqua, non è un attore qualunque, bensì il nipote del cantante, Jaafar Jackson (figlio di Jermaine, uno dei Jackson Five), il quale ha scelto di esordire sul grande schermo con un ruolo che, è facile intuirlo, avrebbe fatto tremare chiunque. L’anteprima mondiale, riservata ai fan, si è tenuta a Berlino – città che non a caso custodisce un pezzo di storia del cantante, visto che fu lì, nel 1988 di fronte al Reichstag, che Michael tenne una delle tappe europee più iconiche del Bad World Tour – e ha subito acceso i riflettori su una domanda: come si racconta, oggi, un mito infranto? Perché il film, in uscita dal 22 aprile con Universal, ripercorre l’ascesa della star, ma non gli abusi, le molestie e le battaglie legali che ne hanno segnato gli ultimi anni.
«Ho dormito sul pavimento di casa sua»: la preparazione totale di Jaafar
Sul red carpet berlinese, dove erano presenti diversi membri della famiglia Jackson, Jaafar ha raccontato alcuni aneddoti sulla propria preparazione, e l’impressione che se ne ricava è quella di un’immersione totale. «Per incarnare l’essenza di mio zio – ha spiegato – ho dormito sul pavimento di casa sua». Nessuna paura, a suo dire, né timore reverenziale sul set: «Ero pronto». Una dichiarazione, questa, che restituisce il senso di un’operazione voluta proprio dalla famiglia della popstar scomparsa nel 2009, decisa a rilanciare il mito – anche a costo di mettere da parte la cronaca nera che lo riguarda – e a controllare dall’interno la narrazione di una vita straordinaria e al contempo tormentata. Del resto, affidare le chiavi del personaggio a un parente stretto significa, implicitamente, blindare il racconto.
Un debutto da 155 milioni di dollari tra celebrazione e omissioni
Il regista Antoine Fuqua, sceneggiato da John Logan, non ha certo nascosto l’ambizione del progetto: ripercorrere l’ascesa della superstar, dal bambino prodigio dei Jackson Five al fenomeno planetario del thriller, fino alle fasi più buie dell’esistenza. E tuttavia, è proprio su quelle fasi che il film sceglie il silenzio. Nessuna scena, nessuna ricostruzione processuale per le accuse di molestie che hanno diviso l’opinione pubblica e segnato la parabola umana di Michael; nessun dettaglio sulle controversie giudiziarie, sugli abusi di sostanze, sulle fragilità nascoste dietro l’immagine patinata del re del pop. Al loro posto, una celebrazione corale della musica e del carisma, sostenuta dalla produzione che aveva già firmato Bohemian Rhapsody, e da un budget che testimonia la fiducia nel botteghino.
Berlino, i fan e il muro: la geografia simbolica di un’anteprima
La scelta di Berlino come vetrina globale – con una global fan premiere gremita di giovani, sosia e appassionati – non è certo casuale. Fu proprio nella capitale tedesca, allora divisa dal Muro, che migliaia di ragazzi della DDR cercarono di cogliere gli echi del concerto di Michael dall’altra parte, tenuti a bada dalla polizia. Una memoria storica che si intreccia ora con la volontà, da parte della famiglia Jackson, di ricostruire un’immagine pubblica intatta. Jaafar, classe 1996, ha dichiarato di aver «dato tutto me stesso» per restituire la complessità di quello zio che, nella vita reale, ha conosciuto da bambino. Ma il risultato, a guardare le prime anticipazioni, sembra più un atto d’amore che un’indagine: nessun giudizio, nessuna ambiguità, solo il palcoscenico e le luci.




