Michael, il biopic del re del pop arriva al cinema tra il peso del mito e le ombre della storia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Berlino, per la precisione l’Uber Arena, ha fatto da cornice all’anteprima mondiale di “Michael”, il kolossal cinematografico da 155 milioni di dollari dedicato a Michael Jackson, diretto da Antoine Fuqua e prodotto dal team che aveva già confezionato il trionfo di “Bohemian Rhapsody”. Sul red carpet, ad assorbire i flash dei fotografi, c’era lui, Jaafar Jackson: classe 1996, figlio di Jermaine e, soprattutto, nipote del “Re del Pop”. Per il giovane Jackson, questo debutto come attore rappresenta una sfida titanica, quella di incarnare un’icona globale senza scivolare nell’imitazione. “Ho dormito sul pavimento della sua camera da letto”, ha confessato durante le interviste, rivelando un approccio metodico volto a catturare l’essenza, e non solo i gesti, di uno zio che ha segnato la storia della musica. Dal 22 aprile, con distribuzione Universal, il film proverà a ripercorrere l’ascesa della star partendo dagli anni Sessanta, quando i Jackson 5 muovevano i primi passi nell’Indiana.

La costruzione di un’eredità e i conti con la cronaca giudiziaria

Se da un lato la pellicola celebra il genio creativo – dalle coreografie di “Smooth Criminal” all’immortalità di “Thriller” –, dall’altro c’è un elefante nella stanza che la produzione ha dovuto necessariamente gestire: le accuse di molestie sui minori che hanno perseguitato l’artista fino alla morte e oltre. Secondo quanto riportato da fonti vicine alla produzione, la sceneggiatura originale avrebbe affrontato frontalmente lo scandalo del 1993, con tanto di scene girate che ritraevano gli inquirenti mentre perquisivano Neverland Ranch. Tuttavia, un dettaglio legale ha cambiato i piani: gli avvocati della tenuta Jackson hanno scoperto una clausola, contenuta nell’accordo di risarcimento con uno degli accusatori, che vietava esplicitamente la sua rappresentazione o menzione sul grande schermo. Di conseguenza, buona parte del terzo atto è stata riscritta, il finale è stato spostato trionfalmente sul “Bad World Tour” del 1988 (quello che, guarda caso, a Berlino Ovest radunò migliaia di giovani) e la data d’uscita è slittata di un anno, con riprese aggiuntive costate tra i 10 e i 15 milioni di dollari.

Il clan Jackson, tra presenze illustri e l’assenza pesante di Paris

Sul red carpet berlinese, a sostenere Jaafar, c’era una nutrita rappresentanza della dinastia: i fratelli Jermaine, Jackie e Marlon, insieme ai figli di Michael, Prince e Bigi, hanno posato per i fotografi. Una manifestazione di compattezza che, però, nasconde crepe profonde. La più evidente riguarda Paris Jackson, la figlia della popstar, che ha scelto di non partecipare al progetto e di prendere le distanze pubblicamente. Dopo aver letto una delle prime bozze della sceneggiatura, la giovane Jackson avrebbe segnalato alcune “inesattezze” che non le “andavano giù”, ma, non essendo state accolte le sue osservazioni, ha deciso di voltare pagina. Il suo allontanamento dal film è solo la punta dell’iceberg di una guerra ben più cruenta che si combatte nei tribunali: Paris ha intentato una causa legale contro gli esecutori testamentari del patrimonio paterno (John Branca e John McClain), accusandoli di utilizzare i fondi dell’eredità per umiliarla e screditarla pubblicamente.

Un’operazione da 700 milioni tra nostalgia e rimozione

La Lionsgate, casa di distribuzione, punta a incassare circa 700 milioni di dollari al botteghino globale, un azzardo calcolato che scommette sulla potenza di fuoco della nostalgia. Il regista Antoine Fuqua, dal canto suo, ha descritto il film come un ritratto umano che non intende nascondere le complessità del personaggio, anche se l’esito finale sembra essersi concentrato quasi esclusivamente sul “genio” e sull’artista in trasformazione, evitando accuratamente le zone d’ombra del processo del 2005 (in cui fu assolto) e le testimonianze emerse in seguito. Mentre Jaafar, per prepararsi, ha raccontato di essersi preso pause di mesi dallo studio dei video per poter rimanere “sorpresa” dal personaggio, il prodotto finito si presenta come una macchina celebrativa perfetta: lucida, emozionante e chirurgicamente ripulita da qualsiasi dettaglio processuale che possa offuscare l’immagine del “King of Pop”.

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