Berlino, il ritorno del Re del Pop: dentro il set di “Michael” con Jaafar Jackson e Antoine Fuqua

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Berlino, sotto un cielo che non prometteva nulla di buono – anzi, regalava quella tipica luce grigia capace di trasformare ogni vetrina in uno specchio opaco – è stata comunque costretta a vestirsi di glitter e nostalgia. L’occasione, si sa, non era da poco: la prima mondiale di “Michael”, il biopic dedicato al cantante scomparso nel 2009, ha richiamato nell’Uber Eats Music Hall migliaia di persone arrivate da ogni angolo del pianeta. Molti di loro, e lo si notava subito, avevano indossato giacche rosse e occhiali scuri, riproponendo quei codici estetici che l’artista aveva trasformato in un linguaggio universale.

Il regista Antoine Fuqua, presente sul red carpet insieme al cast, ha raccontato – senza mai cadere nella retorica agiografica – il lungo lavoro svolto dietro la macchina da presa per restituire l’essenza di un personaggio tanto amato quanto, a tratti, controverso. A prestargli il volto è Jaafar Jackson, nipote del Re del Pop, la cui somiglianza fisica con lo zio ha subito fatto il giro dei social ancor prima che le prime scene venissero montate. Ma non è stata solo una questione di tratti somatici, precisa Fuqua: l’attore si è sottoposto a un allenamento vocale e coreutico durato mesi, perché nessuno voleva che il film scivolasse nella facile imitazione da tributo.

Una premiere che sapeva di abbraccio collettivo

L’evento, organizzato da Universal Pictures e battezzato “Global Fan Celebration”, si è svolto venerdì 10 aprile trasformando la capitale tedesca in una sorta di epicentro emotivo per chiunque avesse incrociato, almeno una volta nella vita, una canzone o un passo di danza del musicista. All’esterno della Uber Eats Music Hall, il freddo invernale non ha fermato nessuno: code lunghissime, cartelli scritti a mano, qualcuno che piangeva senza vergognarsi. Quella che si respirava era una strana alchimia fatta di memoria collettiva e attesa, come se il film potesse restituire qualcosa che il tempo – e qualche inchiesta giudiziaria – aveva provato a offuscare.

Sul tappeto rosso, i fotografi hanno fatto a gara per immortalare Jaafar, il quale si è concesso con pazienza e un sorriso che ricordava tanto quello dello zio, ma senza mai scadere nell’imitazione caricaturale. Il giovane, che per la prima volta si trova a sostenere un ruolo così imponente, ha spiegato – a chi gli chiedeva del peso di interpretare un’icona – che non esiste manuale per prepararsi a una sfida del genere. L’unica strada, ha detto, è stata quella di studiare ogni piccolo dettaglio: il modo di camminare, l’inflessione della voce, quel particolare mix di timidezza e sicurezza che rendeva Michael Jackson unico sul palco.

Dentro il film: tra ricostruzioni storiche e scene dal vero

Antoine Fuqua, noto per registri ben più duri come quello di “Training Day”, ha cambiato prospettiva senza tradire la sua attenzione per la verità dei personaggi. Nel biopic, che arriverà nelle sale italiane il 22 aprile, si alternano momenti di pura esplosione musicale – con le coreografie ricostruite passo dopo passo – ad altri più intimi, in cui la macchina da presa si avvicina al volto di Jaafar quasi fosse un documentario. Nessuna concessione alla faciloneria, almeno stando a quanto anticipato da chi ha già visto alcune sequenze. Fuqua ha scelto di non nascondere gli aspetti più complicati della vita dell’artista, compresi quelli finiti sotto i riflettori della cronaca giudiziaria, ma li ha trattati con la stessa asciuttezza di un rapporto di polizia: senza compiacimenti, senza pietismi.

In Germania, dove Michael Jackson aveva trovato un pubblico fedelissimo già ai tempi dei Jackson 5, la premiere ha assunto i toni di un evento quasi rituale. Molti dei fan intervistati all’ingresso – parlavano inglese, spagnolo, giapponese, francese – hanno usato la stessa parola: “casa”. Come se quel music hall fosse diventato per una sera il salotto di qualcuno che non c’è più, ma che qualcun altro, seduto accanto a loro, continua a far vivere.

L’eredità del Re del Pop nelle mani di un nipote

Jaafar Jackson, che della famiglia Jackson porta non solo il sangue ma anche una certa grazia nei movimenti, ha ricevuto la benedizione implicita della madre Katherine, assente alla serata ma citata più volte nel discorso di ringraziamento. Lui, dal canto suo, non ha mai voluto parlare di “responsabilità” o “peso”, termini che gli sono stati affibbiati dalla stampa nelle settimane precedenti. Piuttosto, ha preferito raccontare un aneddoto privato: le registrazioni di zio Michael mentre suonava il piano in cameretta, quelle sì che sono state la sua vera scuola. Fuqua, ascoltandolo, ha annuito senza aggiungere altro, consapevole che certi film si fanno prima ancora di accendere la macchina da presa.

Nessuno, tra gli addetti ai lavori, si è lasciato andare a previsioni sul successo del film. Quella sera, a Berlino, contava solo l’istante: il momento in cui le luci si sono spente, lo schermo si è acceso, e migliaia di persone hanno trattenuto il respiro per vedere se quel ragazzo – il nipote – sarebbe stato all’altezza di un fantasma che continua a ballare da solo.

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