Il rosso e il nero dei figli di Michael Jackson: un omaggio silenzioso alla ribalta di Berlino

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   BERLINO – C’è un momento, nella lavorazione di un film che ambisce a raccontare un mito, in cui la finzione cede inevitabilmente il passo alla memoria biologica, e il red carpet si trasforma in una scena muta ma densa di significati. È accaduto all’Uber Eats Music Hall, dove la premiere internazionale di Michael, il biopic diretto da Antoine Fuqua, ha visto protagonisti assoluti – prima ancora del nipote Jaafar Jackson, che dell’icona indossa i panni e le movenze – i figli dell’artista, Bigi e Prince Jackson. Loro, presentandosi con un look volutamente austero e potente, hanno trasformato un evento mondano in un tributo sartoriale al padre, quasi una lezione pratica di quello stile anticonvenzionale che Michael Jackson aveva teorizzato nel lontano 1988 nel libro Moonwalk: «Se la moda dice che è vietato, lo farò».

L’abito scelto dai due giovani, nero e rigoroso, non era affatto la divisa del lutto ma piuttosto la tela su cui ricamare il ricordo. Prince, 29 anni, ha optato per una camicia di un rosso intenso, mentre Bigi (detto Blanket), 24 anni, ha sfoggiato una camicia bianca impreziosita da un decoro dorato che richiamava le giacche militari indossate dal padre sul palco. A unire i due look, un dettaglio minimale ma gridato: una fascia rossa al braccio, che replicava il gesto simbolico con cui Michael Jackson sosteneva le cause dei bambini meno fortunati, e che in questa versione serale riportava anche la sagoma delle sue leggendarie punte. In questo modo, senza pronunciare una parola, Bigi e Prince hanno risposto alla domanda implicita che aleggia su ogni biografia non autorizzata: chi possiede davvero l’eredità di un genio?

Non si è trattato, va detto, di un’apparizione isolata della dinastia. Insieme a loro, a presidiare la première berlinese – affollata da migliaia di fan giunti con giacche rosse e occhiali scuri, a testimonianza di un’adorazione che non accenna a scemare – c’erano gli zii Jermaine e Jackie Jackson. E poi naturalmente Jaafar, il figlio di Jermaine, che del “re del pop” non è solo il nipote prediletto ma anche il sosia ufficiale su pellicola. La scelta di affidare il ruolo a un membro della famiglia, del resto, non è stata casuale né semplicemente estetica: Jaafar ha raccontato alla stampa di averlo conosciuto come uno zio affettuoso, ricordando con una semplicità disarmante l’ultima cena in famiglia, quando Michael gli cantò accanto chiedendogli dei film che amava. È quella normalità perduta, forse, che il film di Fuqua cerca di restituire al pubblico.

La premiere come raduno globale: quando Berlino diventa Neverland

L’evento del 10 aprile, va ricordato, non è stato solo una proiezione, ma una vera e propria “fan celebration” globale che ha paralizzato per qualche ora la capitale tedesca. Provenienti da ogni angolo del pianeta, i partecipanti hanno trasformato l’Uber Eats Music Hall in un villaggio temporaneo dedicato ai Jackson Five e alla carriera solista di Michael. Se la produzione, affidata tra gli altri a Graham King (già artefice del trionfo di *Bohemian Rhapsody*), spera di replicare il successo al botteghino, sul piano emotivo la sfida era forse più ardua: raccontare una carriera costellata di record innegabili (“Thriller” resta l’album più venduto di sempre) ma offuscata da processi e accuse gravissime, dalle quali uscì assolto nel 2005.

In questo contesto, la presenza dei figli ha assunto una valenza quasi curatoriale. Non c’era traccia di Paris Jackson, la sorella che ha pubblicamente preso le distanze dal progetto accusandolo di essere “zuccherato” e pieno di imprecisioni. Al suo posto, il silenzio carico di significato di Prince e Bigi ha funto da contrappeso: indossare il rosso e il nero, in quel frangente, significava riappropriarsi del racconto. La cronaca internazionale ha notato come i due giovani abbiano evitato dichiarazioni roboanti, preferendo che fossero le spille e le fasce al braccio a parlare per loro.

La sfida di Jaafar: interpretare il sangue e la musica

Ma il peso maggiore, sulla scena e fuori, grava sulle spalle di Jaafar Jackson. L’attore e cantante, che ha dovuto confrontarsi fin da bambino con l’ombra ingombrante dello zio, ha ammesso che il copione lo ha spesso spinto alle lacrime, riportandolo a quando, piccolo, cercava di imitare i passi di “Smooth Criminal”. Interpretare un mito è sempre un azzardo, ma farlo quando quel mito porta il tuo stesso cognome e ha mangiato alla tua stessa tavola è un’impresa che sfida ogni tecnica attoriale. Le prime anticipazioni descrivono una performance che “non si limita alla musica”, tentando di esplorare la spinta creativa visionaria che rese Jackson il più grande intrattenitore del mondo.

Nonostante le polemiche sul montaggio e le rimaneggiature di sceneggiatura che hanno ritardato l’uscita, la macchina promozionale è in moto da mesi. A Berlino, la magia ha funzionato: bastava vedere le migliaia di braccia alzate durante i momenti musicali per capire che, a distanza di anni dalla scomparsa, la forza gravitazionale del “King of Pop” è ancora intatta. I figli, in fondo, hanno semplicemente fornito la prova che quella forza abita ancora nelle vene della famiglia.

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