‘Michael’, il racconto autorizzato che trasforma il mito in una sacra rappresentazione

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sette anni di lavorazione, un budget che ha sfiorato cifre da kolossal e la pressione di dover restituire l’anima di un uomo che è stato, forse, l’ultima vera divinità laica della cultura popolare mondiale. Arriva finalmente al cinema, da mercoledì 22 aprile distribuito da Universal Pictures, “Michael”, il biopic diretto da Antoine Fuqua che prova a imbrigliare la vita del Re del Pop in poco più di due ore di pellicola – 127 minuti per l’esattezza -5 – e lo fa con una scelta di campo precisa, quasi chirurgica. Perché questo non è un documentario né un’indagine, bensì un atto di devozione cinematografica che sceglie consapevolmente di fermarsi al 1988, chiudendo i titoli di coda sul trionfo del “Bad Tour” e lasciando fuori dalla porta tutti gli anni più bui e controversi della parabola dell’artista.

La scelta di non raccontare gli scandali e le accuse di abusi sessuali che hanno segnato l’ultima parte della sua vita, in realtà, non è solo narrativa ma anche legale; alcune clausole di vecchi accordi impedivano di citare determinate persone e vicende, costringendo la produzione a una riscrittura dell’ultimo atto che ha richiesto riprese aggiuntive e ha spostato l’uscita di almeno un anno. Il risultato, però, è un’opera che vive di luce riflessa, dove il genio artistico diventa uno scudo per proteggere l’uomo e dove la sceneggiatura di John Logan (“Il gladiatore”, “The Aviator”) accompagna lo spettatore per mano lungo la via maestra del successo, senza mai avventurarsi nei vicoli oscuri della psiche.

L’incarnazione di Jaafar e il fantasma del palco

Se il film regge e rischia di commuovere persino i non fan, il merito è quasi esclusivamente della prova fisica di Jaafar Jackson. Il nipote della star, figlio di Jermaine, non si limita a imitare lo zio: lo possiede. Jaafar ha trascorso due anni a prepararsi per il provino, studiando la grammatica del movimento, il peso specifico di ogni passo e quell’apertura delle spalle che precedeva il beat. Sul set, trasformato dal trucco di Bill Corso, la somiglianza è talmente inquietante da diventare spettrale.

Durante la premiere di Los Angeles, tenutasi il 20 aprile sul black carpet di Hollywood Boulevard, i fratelli Jackie e Marlon Jackson hanno confessato di essersi commossi vedendolo sul palco, perché per un attimo hanno davvero creduto di rivedere Michael. È una magia tecnica, certo, ma anche emotiva. Tuttavia, proprio quando il in movimento convince, la sceneggiatura si ferma. La critica specializzata – da Variety a The Hollywood Reporter – è concorde nel salvare la performance del protagonista ma nel bocciare la narrazione, definita troppo piatta e celebrativa, un “riassunto autorizzato” che salta da un successo all’altro senza mai scavare la ferita.

La famiglia sul tappeto rosso e le assenze pesanti

All’anteprima nel quartiere degli attori, non poteva mancare il clan Jackson a fare da coro. Accanto a Jaafar e al regista Fuqua, hanno sfilato La Toya Jackson e Marlon Jackson, quest’ultimo visibilmente emozionato nel sottolineare come “la famiglia Jackson non sia diversa da qualsiasi altra famiglia, con alti e bassi e la capacità di imparare ad accettare le opinioni altrui”. Una dichiarazione che suona quasi come un’ammissione di quelle crepe interne che il film, invece, preferisce stuccare con la vernice del mito.

Le defezioni, però, gridano più della presenza. Paris Jackson, figlia del cantante, ha preso le distanze dal progetto già un anno fa, definendo la prima stesura della sceneggiatura piena di inesattezze e lamentando che i suoi appunti fossero stati ignorati. Ancora più eclatante, se possibile, è l’assenza di Janet Jackson, l’unica superstar della famiglia a non comparire né nel cast né sul red carpet: l’artista, secondo quanto rivelato da La Toya, “è stata gentilmente invitata ma ha declinato”, una scelta che ha alimentato le speculazioni su una frattura insanabile che il film non può, o non vuole, raccontare.

Peter Pan, il padre e l’innocenza programmatica

Il vero protagonista della pellicola, oltre alla musica, è il trauma infantile. Fuqua punta tutto sulla metafora di Peter Pan – quel bambino che si rifiuta di crescere – per giustificare l’innocenza quasi programmatica di Michael. Il rapporto con il padre Joe, interpretato da un glaciale Colman Domingo, è la chiave di volta: la disciplina brutale dell’acciaieria trasformata in metodo artistico, i sogni ambiziosi che schiacciano l’infanzia dei figli.

Le sequenze più riuscite del film, infatti, sono quelle con Juliano Krue Valdi, il giovanissimo attore che interpreta Michael bambino nei giorni dei Jackson 5. Qui la ferita è sanguinante e concreta. Quando poi il personaggio cresce, il film inizia a proteggerlo come se fosse di cristallo, evitando qualsiasi conflitto morale che possa incrinare l’immagine dell’icona. Ne esce il ritratto di un genio fragile, certo, ma anche blindato dentro una corazza di correttezza politica postuma che lascia nello spettatore un senso di incompletezza.

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