Michael, il buco nero (chiamato Janet) e il silenzio sulle accuse: il biopic che cancella per trionfare

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Ci sono film che raccontano una vita e film che costruiscono una leggenda, e poi c’è Michael, il kolossal di Antoine Fuqua che sta riscrivendo le regole del botteghino pur camminando su un ciglio espostissimo. Da un lato, c’è un dato di fatto inoppugnabile: l’opera su Michael Jackson ha aperto come un treno, e non solo negli Stati Uniti dove ha superato ogni record per un biopic, ma anche in Italia, dove dal 22 aprile ha superato abbondantemente i 6 milioni di euro d’incasso. Un risultato, questo, che sembra confermare una tesi scomoda, sostenuta a gran voce da Dan Reed – il regista del docufilm Leaving Neverland – secondo cui il pubblico avrebbe ormai interiorizzato una sorta di scissione morale, quella che permette di divorare la musica del “Re del Pop” rimuovendo completamente la zona d’ombra delle accuse di pedofilia. «Come si può raccontare una storia autentica su Michael Jackson senza mai menzionare il fatto che fosse un molestatore di minori?», si chiede Reed in una recente intervista, aggiungendo che, a suo avviso, al grande pubblico non importerebbe affatto di questo aspetto del personaggio.

L’assenza che pesa: Janet, la contestazione e le regole non scritte della famiglia

Eppure, se il fantasma delle accuse è stato accuratamente rimosso dalla narrazione (il film si ferma infatti al 1988, prima del crollo mediatico del 1993), c’è un’altra assenza che stride violentemente sullo schermo e che riguarda il presente della lavorazione: quella di Janet Jackson. L’assenza della sorella più famosa, tra le artiste più influenti della musica contemporanea, non è una semplice svista di sceneggiatura né un taglio dovuto alla lunghezza del film. Le indiscrezioni, ripartite da Tmz e riprese dalla stampa internazionale, raccontano di una proiezione privata riservata ai familiari in cui Janet avrebbe contestato praticamente ogni singola scena, scatenando un acceso confronto verbale con il fratello Jermaine. Una versione, quest’ultima, che La Toya Jackson ha prontamente smentito sul red carpet, liquidando la questione con un secco «non c’è stato assolutamente nessun problema», anche se la scelta di Janet di declinare l’invito a partecipare al film – come ha confermato la stessa La Toya – è una crepa evidente nella facciata di compattezza famigliare.

Se pensiamo alla gestione dell’eredità artistica degli Jackson, un veto così netto appare come una piccola scossa tellurica. Janet, spiegano fonti vicine alla produzione, è stata contattata per dare il suo consenso alla rappresentazione della sorella, ma ha semplicemente rifiutato; un gesto che il regista Fuqua ha commentato con diplomatico rispetto («ho grande rispetto e amore per lei»), ma che di fatto lascia un vuoto narrativo enorme per chiunque conosca la dinastia. Non si tratta solo di una comparsa mancata: è l’assenza di un punto di vista autorevole che avrebbe potuto offrire spessore a quelle dinamiche familiari che il film, invece, racconta in modo inevitabilmente oleografico.

Il paradosso del botteghino: quando rimuovere conviene

L’operazione commerciale messa in piedi dal biopic, è bene dirlo, funziona proprio grazie a queste rimozioni. Il film non solo ignora la cronaca nera legata ai processi, ma ha dovuto letteralmente cestinare sequenze già girate – per un valore stimato di circa 50 milioni di dollari di riprese aggiuntive – a causa di clausole contrattuali che impediscono la rappresentazione dei suoi accusatori, in particolare Jordan Chandler. Siamo di fronte a un paradosso giuridico e artistico senza precedenti: più si è costretti a tagliare la verità scomoda, più il prodotto finale diventa leggero, fruibile e, a quanto pare, miliardario. Michael ha infranto il record di Bohemian Rhapsody come miglior debutto nella storia del genere, e questo dato di fatto racconta molto di più del pubblico odierno rispetto a qualsiasi critica cinematografica.

E qui emerge il punto, caro a Dan Reed, che sembra aver trovato conferma nei numeri. L’aumento degli streaming della discografia del cantante a valle dell’uscita del film, unito al trionfo del musical a Broadway – e ora a questo nuovo, attesissimo blockbuster – suggerisce che l’opinione pubblica abbia preso una decisione pratica: separare l’uomo dall’artista; anzi, cancellare l’uomo per lasciare spazio solo all’icona. I fan, dice Reed, hanno scelto di non ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti, trattando le accuse come un fastidio burocratico da archiviare per non rovinarsi la colonna sonora della vita.

Il segreto di Pulcinella del sequel e la riabilitazione postuma

Se questi sono i presupposti, appare quasi inevitabile (e lo confermano le voci di corridoio) che ci sarà un sequel. Considerando che il primo capitolo si chiude con un eloquente “His Story Continues”, e considerando che il regista Fuqua ha ammesso di avere materiale girato sufficiente per un secondo film – roba che arriva fino agli anni Novanta, nonostante i veti legali – è chiaro che l’operazione è solo all’inizio. Si tratta di una biografia autorizzata che, paradossalmente, sta vivendo di ciò che censura. Non c’è traccia di Janet, non c’è traccia delle aule di tribunale, e probabilmente non ci sarà mai. Il film è un prodotto talmente asettico da risultare quasi surreale, se non fosse per la potenza scenica di Jaafar Jackson, il nipote clone perfetto del celebre zio che restituisce la magia della performance.

Ma se la macchina degli incassi avanza inarrestabile, rimane la sensazione che il cinema – o almeno questo tipo di cinema celebrativo – abbia fallito la sua funzione più elementare: quella di interrogare il potere. Michael non cerca la verità, la schiva. E il pubblico, soddisfatto, gli corre dietro. Alla fine, aveva ragione la voce (mai ufficialmente confermata) secondo cui Janet avrebbe contestato tutto? Forse sì, forse no. Quel che è certo è che in questa rimozione collettiva, l’unica nota stonata – o forse l’unica nota vera – è proprio il silenzio di Janet. Un silenzio che, nel tripudio generale, suona come un’accusa ben più alta di qualsiasi parola.

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