Buon compleanno, Woody Allen: il mondo attraverso lo sguardo di un artista senza tempo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se un mio film riesce a far sentire infelice una persona in più, allora sento di aver fatto il mio lavoro: è con questa dichiarazione, che suona come un manifesto programmatico, che Woody Allen ha spesso sintetizzato la sua poetica cinica e disincantata. Si potrebbe, a buon diritto, pensare che il suo cinema sia pervaso da un nichilismo di fondo e da una profonda sfiducia nell'umanità, temi che lui stesso non ha mai negato e che ha esplorato in una carriera che ormai abbraccia quasi sessant'anni. Un concetto che trova la sua espressione più compiuta e memorabile nel monologo d'apertura di "Io e Annie", dove il suo alter ego Alvy Singer racconta la storia di due anziane signore in un pensionato, una delle quali si lamenta del cibo terribile e l'altra, concordando, aggiunge con rassegnazione: "Sì, è uno schifo, ma poi che porzioni piccole!". Questa battuta, divenuta proverbiale, racchiude in sé l'essenza di un'arte che osserva l'assurdo della condizione umana, la sua miseria e la sua brevità, con uno sguardo insieme disperato e irresistibilmente comico.

Un autore da Oscar e un romantico nevrotico

Woody Allen compie novant'anni, un traguardo che per molti rappresenterebbe il momento dei bilanci, ma che per lui, probabilmente, sarà solo un altro giorno da vivere con la normale routine, forse tra una partita di clarinetto e una nuova sceneggiatura. La sua longeva carriera, costellata da quattro premi Oscar conquistati e da ventidue nomination, oltre a un Leone d'oro alla carriera, lo ha consacrato nella storia del cinema come un autore di grandissimo talento, l'ultimo romantico nevrotico di New York. Nonostante le vicende personali che hanno talvolta attraversato la sua vita, egli è rimasto, in fondo, l'artista più fedele a se stesso, a quel personaggio costruito con meticolosa cura che, come ha confessato con la sua tipica ironia, "non crede nell'Aldilà, ma porterà con sé un cambio di biancheria, non si sa mai".

La maschera e l'identità di un genio multiforme

L'intera esistenza del geniale regista, scrittore, attore e stand-up comedian, nato a New York il 30 novembre 1935, sembra essere stata scandita da un'irrefrenabile pulsione a nascondersi dietro una maschera, a celare la propria identità assumendone delle altre. Questo meccanismo di difesa e di esplorazione si è tradotto in una galleria di personaggi indimenticabili, spesso interpretati da lui stesso, attraverso i quali ha potuto indagare le paure, le ossessioni e le ipocrisie dell'uomo moderno. Ci ha insegnato, suo malgrado, a guardare la realtà della vita attraverso la lente deformante e salvifica dell'umorismo, unico strumento per difendersi dalla marea montante di banalità e retorica a cui l'esistenza sembra condannarci.

I pilastri del suo cinema: umorismo, malinconia e jazz

Il suo universo artistico poggia su alcuni pilastri inconfondibili, a cominciare da un umorismo folgorante, un ibrido unico tra la comicità surreale di Groucho Marx e le profondità dell'inconscio freudiano. A questo si accompagna una malinconia contagiosa, a volte persino struggente, che si materializza nella poesia degli scorci di New York, una città amata visceramente e resa co-protagonista assoluta di pellicole come "Manhattan", impreziosita dalle note della Rapsodia in blue di George Gershwin. I rapporti umani, specialmente quelli amorosi, sono da sempre il suo campo di indagine privilegiato, ritratti nelle loro dinamiche complicate e spesso grottesche. E poi c'è il jazz d'antan, colonna sonora ideale per sequenze memorabili, e quell'atteggiamento da precursore che lo portava a elencare, prima che diventasse una moda diffusa, le ragioni per cui vale la pena vivere, ponendo in cima alla lista, non a caso, proprio Groucho Marx.

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