Buon compleanno Woody Allen, novant'anni da maestro della nevrosi

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Mentre Woody Allen compie novant'anni, il suo profilo sembra confondersi, ormai, con quello degli uomini che ha interpretato per una vita intera: personaggi che tremano davanti all’amore come si trema, appunto, davanti a un referto medico. Con una differenza sostanziale, però: lui, a differenza dei suoi alter ego cinematografici, quel tremore perpetuo è riuscito a trasformarlo in un sistema filosofico compiuto, in una specie di religione sentimentale dell’ansia che ha sedotto il mondo. Il suo paradosso più grande, forse, è stato proprio questo: aver insegnato a generazioni di spettatori che l’amore, nella sua essenza più profonda, rappresenta una forma di pessimismo raffinatissima, l’unica forse in grado di regalarci anche qualche lampo di felicità.

Un linguaggio nato dall'ironia e dalla letteratura

Dagli anni Settanta a oggi, Allen si è confermato come uno degli autori più prolifici e immediatamente riconoscibili, avendo costruito un linguaggio personalissimo in cui convivono, in un equilibrio instabile e per questo affascinante, l’ironia dissacrante e la nevrosi, la battuta folgorante e i richiami alla grande letteratura. In questo suo universo, l’umorismo geniale – un ibrido tra Groucho Marx e Sigmund Freud – si fonde con una malinconia a tratti contagiosa e struggente, mentre la poesia degli scorci di New York, la sua città d’elezione, viene esaltata da un amore viscerale per quei luoghi. A tutto questo, poi, si aggiunge la colonna sonora perfetta: il jazz d’antan che accompagna sequenze ormai memorabili, come la Rapsodia in blue di George Gershwin che si sposa indissolubilmente con le immagini in bianco e nero di "Manhattan".

Le ragioni per vivere e lo sguardo sul mondo

C’è poi, nella sua opera, una capacità visionaria di catturare i rapporti, non solo quelli amorosi ma tutti, nelle loro dinamiche più complicate e spesso assurde. È lui, del resto, a elencare punto per punto le ragioni per cui vale la pena vivere, mettendo al primo posto Groucho Marx, in una sorta di top ten ante litteram, molto prima che le classifiche diventassero una moda dominante nel discorso pubblico. Quel che ne emerge è il ritratto di un artista impareggiabile, la cui vita e la cui filmografia hanno camminato costantemente sul filo, sottile e pericoloso, dell’ironia.

L'eredità di un gigante del cinema

Forse perché i genitori avrebbero voluto vederlo laureato in farmacia, forse per aver vissuto a lungo ossessionato dall’ipocondria, ha dichiarato che sarebbe un’ottima idea, un giorno lontano, seppellire le sue ceneri vicino a una farmacia. Cinico e ironico, dalla battuta sempre fulminante, ha firmato più di cinquanta film e vinto quattro premi Oscar, che non ha mai ritirato personalmente. Oggi, quell’età veneranda lo costringe a fare i conti con un’esistenza letteralmente eccezionale, che ha lasciato un’impronta indelebile nel modo di raccontare le paure, i desideri e le contraddizioni dell’uomo moderno.

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