Rapporto Rsf, la libertà di stampa tocca il minimo storico: l’Italia scivola al 56esimo posto
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Redazione Esteri
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Il quadro globale della libertà di stampa non è mai apparso così fosco nell’arco degli ultimi venticinque anni, stando a quanto emerge dall’ultima analisi di Reporters sans frontières (Rsf), l’organizzazione con sede a Parigi che da decenni monitora lo stato di salute del giornalismo nel mondo. L’indicatore complessivo, che sintetizza i cinque parametri fondamentali – economico, giuridico, legato alla sicurezza, politico e sociale – ha registrato un peggioramento diffuso, ma è quello relativo al quadro giuridico a subire il crollo più significativo. In numeri, ciò significa che su 180 Paesi presi in esame, ben 110 hanno visto un deterioramento del proprio punteggio in questa specifica area: una percentuale che supera di slancio il 60%. Per Rsf, si tratta di “un segno evidente della crescente criminalizzazione del giornalismo”, una professione ormai “soffocata da un discorso politico ostile”. A ciò si aggiunge, precisa l’ong, una pressione “accresciuta da leggi utilizzate come arma contro la stampa”, le quali si combinano con una situazione economica che indebolisce ulteriormente il mestiere, rendendolo sempre più fragile e dipendente da logiche esterne.
Le dittature immutate e le regioni più pericolose al mondo
Se in molti Stati si assiste a una regressione, ve ne sono altri – osserva il rapporto – in cui la situazione non cambia semplicemente perché il regime dittatoriale non lascia alcuno spazio al dissenso. È il caso, ormai cronico, della Cina, ferma al 178° posto, della Corea del Nord (179°) e dell’Eritrea (180°). In quest’ultima, il giornalista Dawit Isaak sconta venticinque anni di carcere senza mai essere stato sottoposto a un processo regolare, una vicenda che l’organizzazione ripropone come simbolo dell’impunità più assoluta. Rsf segnala inoltre come l’Europa orientale e il Medio Oriente rimangano, “come negli ultimi venticinque anni, le due regioni più pericolose per i giornalisti”. Ne fornisce una prova lampante la posizione della Russia (172°), dove Vladimir Putin prosegue la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina e il cui sistema mediatico, ormai interamente allineato al potere, continua a figurare “tra i peggiori paesi per la libertà di stampa”.
L’Italia perde posizioni: mafie ed estremisti nelle minacce
Nel dettaglio della classifica nazionale, l’Italia offre un quadro in netta controtendenza rispetto al lieve miglioramento che qualcuno sperava. Il nostro Paese, infatti, scivola dal 49° posto del 2025 al 56° del 2026, perdendo così sette posizioni in un solo anno. Secondo quanto si legge nell’analisi di Rsf, “la libertà di stampa in Italia continua a essere minacciata dalle organizzazioni mafiose, in particolare nel Sud del Paese, ma anche da gruppi estremisti che esercitano violenze”. Non si tratta, sottolinea il rapporto, di una tensione episodica o limitata ad alcune firme: è una pressione sistemica che si esercita su redazioni e cronisti, i quali si trovano a operare in un contesto in cui le intimidazioni – a volte fisiche, più spesso psicologiche o economiche – rischiano di produrre una sorta di autocensura preventiva. È una dinamica, quella descritta dall’ong, che finisce per distorcere il flusso informativo proprio nei territori in cui ce ne sarebbe maggiore bisogno.
Oltre metà dei paesi in situazione “difficile” o “molto grave”
La fotografia scattata da Rsf non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche: oltre la metà dei Paesi analizzati si trova in una condizione definita “difficile” o “molto grave”. Un dato, quest’ultimo, che sintetizza la portata di una regressione iniziata silenziosamente anni fa e solo oggi percepita nella sua interezza. Le leggi che in molti Stati vengono modificate o introdotte ex novo – spesso con la scusa della lotta al terrorismo o alla disinformazione – finiscono di fatto per trasformare l’attività giornalistica in un’attività ad alto rischio legale. A ciò si intrecciano le difficoltà economiche, con redazioni sempre più ridotte all’osso e freelance costretti a lavorare senza tutele. “In venticinque anni, il risultato medio dell’insieme dei Paesi studiati non è mai stato così basso”, chiosa il rapporto, gettando così una luce sinistra su un presente che non promette tregue.




