Libertà di stampa, l’Italia scivola al 56° posto nel rapporto di Reporter senza frontiere
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Redazione Esteri
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Il quadro che emerge dall’ultimo World Press Freedom Index, pubblicato oggi da Reporter Senza Frontiere (RSF), appena diffuso, è a dir poco sconfortante per chi fa questo mestiere. L’Italia, che già nel 2025 aveva arretrato di tre posizioni fermandosi al quarantanovesimo posto con un punteggio di 68,01, continua la sua discesa nella classifica globale sulla libertà di stampa: quest’anno ci troviamo al 56° rango su 180 nazioni, con un punteggio che scende ulteriormente a 65,16 su 100. Una perdita di sette gradini, in apparenza non drammatica se considerata da sola, che assume però tutto il suo peso se letta all’interno di un contesto internazionale mai così critico negli ultimi venticinque anni.
L’allarme globale: oltre la metà dei Paesi in situazione grave
Secondo i dati forniti dall’organizzazione, per la prima volta nella storia di questo report – nato per monitorare le condizioni del giornalismo nel mondo – più della metà delle nazioni (il 52,2%) ricade nelle categorie definite “difficili” o “molto gravi”. Se nel 2002, quando l’indice fece il suo esordio, una porzione significativa della popolazione mondiale viveva ancora in contesti relativamente favorevoli all’informazione, oggi meno dell’1% degli abitanti del pianeta gode di una reale libertà di stampa. È il minimo storico toccato in un quarto di secolo, una regressione che fa riflettere sulla fragilità di un diritto che si dava per acquisito, almeno nelle democrazie occidentali.
Le minacce interne: mafie, estremisti e la legge bavaglio
Nel caso specifico dell’Italia, il rapporto di RSF non si limita a registrare il calo numerico, ma ne individua alcune cause precise. La libertà di stampa, si legge nel documento, «continua ad essere minacciata dalle organizzazioni mafiose, in particolare nel sud del Paese», le quali – attraverso metodi che vanno dall’intimidazione economica alla violenza fisica – cercano di condizionare il lavoro di cronisti e inchieste. A queste si aggiungono «diversi gruppuscoli estremisti che esercitano violenze», un fenomeno che non risparmia nemmeno le regioni centrali e settentrionali. Ma non è tutto: il report richiama esplicitamente anche il tentativo, da parte di una parte della classe politica, di ostacolare la libera informazione in materia giudiziaria attraverso quella che viene definita una «legge bavaglio». Un provvedimento, quest’ultimo, che limita la pubblicazione di atti e notizie relative a indagini e processi, creando di fatto un cordone sanitario tra l’opinione pubblica e l’amministrazione della giustizia.
La testimonianza dal territorio: “Il giornalismo è minacciato anche nelle democrazie”
Un’analisi, quella di RSF, che trova eco nelle parole di chi l’informazione la pratica ogni giorno. Pavol Szalai, intervenuto a L’Altramontagna, ha sottolineato come «il giornalismo è minacciato ormai anche nelle democrazie», un avvertimento che sgombra il campo da ogni facile ottimismo. Non si tratta più, cioè, di un problema circoscritto a regimi autoritari o a teocrazie chiuse, ma di una deriva che investe Stati come il nostro, dove pure esiste un dettato costituzionale che tutela la libertà di espressione. La circostanza, peraltro, si inserisce in un anno – il 2026 – che RSF definisce il più nero nella storia del giornalismo, considerato l’arretramento diffuso e sistematico. Nemmeno il fatto che Trump sia nuovamente presidente degli Stati Uniti da più di un anno, ormai una normalità politica, ha invertito questa tendenza globale; anzi, il modello americano di polarizzazione mediatica ha fatto da traino a dinamiche simili in altri paesi occidentali.




