Delfin, il sì dei soci al riassetto da 10 miliardi e il fisco che (forse) resterà a guardare
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Redazione Economia
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C’è un’operazione da cifre che farebbero girare la testa a qualsiasi analista – dieci miliardi, per l’esattezza, anche se qualcuno nei documenti parla di undici – eppure, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe da un movimento capace di ridisegnare gli equilibri di una delle più potenti cassetteforti familiari italiane, i silenzi delle autorità competenti risultano finora assordanti. Leonardo Maria Del Vecchio, diventato ormai da qualche settimana il primo azionista della holding Delfin con una quota del 37,5%, non ha però raggiunto la maggioranza assoluta: se l’è presa, quel pacchetto del 25% che un tempo apparteneva ai fratelli Paola e Luca, sborsando di tasca propria una somma che da sola vale più dell’intero patrimonio di molti dei gruppi quotati a Piazza Affari. Eppure, e qui sta il punto nodale della vicenda, per la governance interna di Delfin le cose cambiano meno di quanto si possa credere. Perché la famosa regola dell’unanimità, quella che impone il consenso di tutti gli eredi per le decisioni strategiche, resta in piedi come un muro portante: di fatto, continua a lasciare piena libertà d’azione a Francesco Milleri, che già siede al vertice della holding e, contemporaneamente, ricopre la doppia carica di presidente e amministratore delegato di EssilorLuxottica. Chi si aspettava una resa dei conti interna o una ridda di vet incrociati tra i soci, per ora, è rimasto deluso.
Il faro che nessuno ha acceso: Savona e l’inadeguatezza delle leggi
Di solito, quando si annunciano operazioni di questo calibro – operazioni che impattano sulla contendibilità delle imprese e, sia pure indirettamente, sugli stessi mercati – i comunicati stampa e i titoli dei giornali economici si riempiono di una metafora ricorrente, quella del “farone” puntato dalle autorità di vigilanza. Ci si aspetta che Banca d’Italia, Consob, BCE e persino il governo Meloni accendano un riflettore, magari preparando interventi più o meno pubblici. Stavolta, invece, nessuno ha premuto alcun interruttore. Neppure il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che pure aveva mostrato in passato qualche segnale di attenzione verso le concentrazioni azionarie in grado di influenzare banche sistemiche come Mediobanca o Generali, ha aperto bocca. Chi lo ha fatto, peraltro a denti stretti e con il piglio del tecnico che constata un vuoto normativo, è il presidente della Consob Paolo Savona: il suo ragionamento, asciutto e preoccupante, si riassume nella constatazione che il problema non è tanto l’operazione in sé, quanto l’inadeguatezza delle leggi italiane nel disciplinare simili riassetti famigliari. Una legge che non prevede strumenti efficaci per valutare, e semmai limitare, il trasferimento di quote da un erede all’altro all’interno di una holding lussemburghese – perché Delfin, va ricordato, ha sede nel Granducato – finisce per lasciare le autorità italiane a guardare un carosello da oltre dieci miliardi senza potervi mettere becco.
I 10 miliardi di Leonardo Maria e la flat tax greca della sorella Paola
Ma c’è un altro aspetto, forse ancora più spinoso, che riguarda da vicino le casse dello Stato. Quanto incasserà il fisco italiano da questo riassetto? Molto poco, o quantomeno molto meno di quanto si potrebbe immaginare guardando il numero tondo dei dieci miliardi che Leonardo Maria ha versato per rilevare la quota dei fratelli. Per capirne il motivo occorre aprire un documento depositato in Lussemburgo dalla stessa Delfin nel giugno del 2025, un foglio che racconta una geografia fiscale impietosa. Paola Del Vecchio, infatti, risulta residente in Grecia, precisamente nella località di Costa Navarino – quella stessa striscia di litorale amata da Angelina Jolie e Cristiano Ronaldo – dove il regime fiscale per i neo-immigrati abbassa drasticamente l’imposizione sui redditi esteri. Applicando la flat tax ellenica, la plusvalenza realizzata dalla vendita della sua parte di Delfin rischia di essere tassata con un’aliquota irrisoria rispetto a quella che avrebbe pagato se fosse rimasta residente a Milano. Luca Del Vecchio, invece, pur restando in Italia, ha strutturato l’operazione in modalità che gli consentiranno di differire gran parte del carico fiscale. Insomma, il fisco italiano può mettere da parte il sogno di vedere una fetta consistente di quei dieci miliardi trasformarsi in gettito.
Del Vecchio jr si prende la finanza italiana: dividendi e risiko bancario
Con il 37,5% della cassaforte Delfin in tasca – e senza dimenticare che la stessa Delfin controlla EssilorLuxottica e siede con partecipazioni rilevanti in Mps, Generali e Unicredit – Leonardo Maria Del Vecchio diventa a tutti gli effetti un nodo centrale del sistema finanziario italiano. Non è un caso che gli addetti ai lavori, nelle ultime settimane, abbiano ricominciato a parlare sottovoce di risiko bancario: un movimento di quote incrociate, possibili sri di partecipazioni e, inevitabilmente, una pioggia di dividendi attesi in arrivo per circa 1,5 miliardi. E se qualcuno pensa che la regola dell’unanimità possa frenare l’iniziativa del nuovo primo azionista, probabilmente non ha ancora fatto i conti con la capacità di Leonardo Maria di muoversi per linee oblique: l’accordo con i fratelli è stato raggiunto rapidamente, le banche che hanno finanziato l’operazione sono rimaste in ombra, e la sensazione che filtra tra gli studi legali milanesi è che l’assetto di Delfin, almeno per ora, rappresenti più una premessa che un punto d’arrivo.




