Il “piano Zampolli” per l’Italia ai Mondiali: l’incontro a Miami e quel cartello a Seattle

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Mentre il motorsport italiano continua a macinare risultati, con Kimi Antonelli saldamente al comando del campionato di F1 in attesa del rientro in pista questo weekend e Marco Bezzecchi capace di allungare il vantaggio in MotoGP dopo Jerez, il calcio vive una fase decisamente opposta. L’eco della mancata qualificazione alla Coppa del Mondo – che quest’estate si terrà tra Stati Uniti, Canada e Messico – deve ancora dissolversi del tutto, eppure, proprio quando sembrava tutto chiuso, si è aperta una crepa nella quale qualcuno sta provando a infilarsi. Non si tratta, in questo caso, di una rimonta sportiva, ma di una manovra che mescola diplomazia, affari e geopolitica, con un attore d’eccezione: Paolo Zampolli, inviato speciale per le partnership globali del presidente americano Donald Trump. La sua ultima dichiarazione, raccolta da diverse agenzie, ha il sapore di una bomba a orologeria: “Incontrerò Gianni Infantino a Miami durante il Gran Premio di Formula 1. La mia previsione? Più del 50% di possibilità di vedere l’Italia ai Mondiali”.

Zampolli, che agisce come una sorta di “trait d’union” tra la Casa Bianca e i vertici dello sport mondiale, ha ribadito il concetto in modo netto, arricchendolo con una giustificazione pratica: la questione legata all’Iran. “Vedevo che l’Iran non era ancora confermato a causa della Guerra. Ho già chiesto a Infantino una possibilità di ripescaggio per l’Italia” ha spiegato, aggiungendo un riferimento alle politiche sui visti, divenute un ostacolo quasi insormontabile per chiunque provenga da determinate aree geopolitiche. La sua tesi, se vogliamo destabilizzante per l’etica sportiva, è che “non ci debba essere un Mondiale senza l’Italia”, lasciando intendere che la decisione finale – e qui sta il dato più politico – ricadrebbe sulle spalle di due uomini soli: lo stesso Infantino e Donald Trump.

Tuttavia, a rendere il tutto meno astratto e a dare a questa ipotesi (fino a pochi giorni fa definita una pura follia dai tabloid) è un dettaglio concreto che arriva direttamente da Seattle. Tra le installazioni cittadine che preparano il terreno per l’evento che inizierà l’11 giugno, è spuntato il tricolore italiano. La scritta “Benvenuti” accompagnata dalla nostra bandiera, al momento, risulta un’incongruenza logistica non da poco: gli allestimenti ufficiali delle 48 nazioni qualificate seguono un ordine preciso, e l’Italia non dovrebbe esserci. Eppure c’è. Questo particolare, trasformato immediatamente in un indizio, ha scatenato la reazione dei mercati scommesse. Come riporta Agipronews, la quota per un eventuale ripescaggio – un’ipotesi che poche settimane fa veniva pagata 50,00 – è crollata vertiginosamente a 5,00. Per i bookmaker, insomma, la possibilità che l’Italia rimpiazzi l’Iran al via è diventata improvvisamente realistica, spinta anche dalla fragilità della situazione politica del paese mediorientale.

Le smentite istituzionali e il peso della carta d’identità azzurra

Nonostante l’ottimismo dell’enviado americano, il fronte italiano oppone una resistenza fatta di pragmatismo e, in alcuni casi, di vero e proprio imbarazzo. Il ministro dello Sport, Andrea Abodi, è stato categorico nel definire la cosa “non possibile e non appropriata”, ricordando a tutti una regola basilare che lo sport dovrebbe avere a fondamento: “La qualificazione avviene sul campo”. Sulla stessa lunghezza d’onda si è posto anche Luciano Buonfiglio, numero uno del Coni, che ha parlato apertamente di “offesa” per chi ha conquistato il diritto a partecipare con i risultati. Persino l’economista Giancarlo Giorgetti ha usato toni duri, bollando l’idea come “vergognosa”. Dunque, da un lato c’è la piazza che spera (come dimostra il tam tam social partito da Seattle), dall’altro una classe dirigente sportiva che non vuole sentir parlare di regali.

Ma attenzione: Zampolli, nel suo ragionamento, scardina proprio questo principio. Per lui, il criterio non sarebbe più puramente sportivo, ma legato alla “sicurezza nazionale” statunitense e all’appeal commerciale. “Se mandi persone che non sono le benvenute in America, è meglio che non vengano” ha detto, facendo leva su un argomento – quello dei visti e della security – che per un paese organizzatore come gli USA ha un peso specifico enorme. In questa sottile linea d’ombra, tra il rigore del regolamento Fifa (che prevedrebbe la sostituzione con la migliore asiatica o con l’Uruguay in un ballottaggio complesso) e la volontà politica dell’amministrazione Trump, si infila la speranza di vedere gli Azzurri in USA.

Il tempo delle decisioni e le variabili sul tavolo

La deadline, anche se non scritta, si avvicina a grandi passi. L’incontro di Zampolli con Infantino a Miami non è un caso: coincide con l’evento mediatico più seguito del fine settimana, offrendo copertura ideale a un negoziato che altrimenti resterebbe chiuso nei palazzi. Quel che è certo è che la situazione iraniana è oggettivamente fluida; le quote dei bookmaker non oscillano mai senza motivo, e il cartello di Seattle – sia esso un errore o un leak (perdita di informazioni) studiato a tavolino – ha acceso un faro dove prima c’era solo buio. Per l’Italia, che viene da tre edizioni consecutive senza Mondiali, il paradosso è straziante: l’unica via per partecipare alla Coppa del Mondo più lunga della storia (48 squadre) è una porta diplomatica, non quella dello spogliatoio.

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