Tafferugli alla Biennale di Venezia per il padiglione israeliano: venti stand chiusi e tre ore di scontri tra polizia e attivisti pro Palestina

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   «Boicotta il padiglione del genocidio, basta artwashing». Questo era lo slogan, ripetuto come un mantra sin dal mattino di quella giornata di maggio, che ha animato la protesta contro la presenza di Israele alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte. Oltre tremila manifestanti, secondo gli organizzatori, si sono radunati nel pomeriggio per cercare di forzare i cordoni delle forze dell’ordine nei pressi dell’Arsenale, sede del padiglione di Tel Aviv che, non a caso, si presentava blindatissimo proprio in occasione della cerimonia inaugurale. La rabbia, condensata in una “guida alla complicità” distribuita tra la folla, aveva segnato in rosso i Paesi considerati “amici” dello Stato ebraico, trasformando l’evento culturale in un campo di battaglia politico.

Scontri diretti e un corteo che voleva sfondare

Il corteo, partito da via Garibaldi intorno alle 16.45, ha cercato in tutti i modi di raggiungere l’ingresso dell’Arsenale. L’obiettivo dichiarato era quello di interrompere l’esposizione dell’artista Belu-Simion Fainaru, ma la polizia, schierata con scudi ed elmetti, ha opposto una resistenza ferrea. Ne è scaturito un a corpo durato circa due ore, dove non sono mancate spinte e manganellate. Sebbene alcuni attivisti tenessero le mani alzate in segno di protesta disarmata, la tensione è rapidamente degenerata, portando a diversi feriti tra i dimostranti e contusi tra le fila degli agenti. La questura ha conteggiato un numero inferiore di partecipanti rispetto ai tremila dichiarati dai portavoce delle associazioni, ma la ressa lungo le calli veneziane è apparsa imponente, animata da bandiere palestinesi e cori in più lingue. Non lontano da lì, il vicepremier Matteo Salvini, unico esponente del governo presente a Venezia, ha visitato i Giardini, definendo queste proteste “un boicottaggio che non porta a nulla” e difendendo la linea del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco.

La serrata degli stand e lo sciopero dei lavoratori

Non è stata solo la piazza a far sentire la propria voce. All’interno della kermesse, una ventina di padiglioni nazionali hanno abbassato le serrande per l’intera giornata o per diverse ore. Tra questi, quelli di Austria, Francia, Belgio, Olanda e Spagna, in segno di protesta contro quella che definiscono “complicità culturale con un’occupazione militare”. La loro chiusura si è sommata a quella proclamata dai sindacati di base Adl Cobas e Usb, che hanno indetto uno sciopero per denunciare lo sfruttamento e la precarietà dei lavoratori del settore culturale, un malessere che, nelle parole dei manifestanti, si intreccia con il rifiuto dei finanziamenti pubblici deviati verso le spese militari. Unici a restare operativi, seppur con esposizioni ridotte, alcuni stand come quello del Giappone, mentre il padiglione russo – la cui riapertura aveva già sollevato un polverone nelle settimane precedenti – è rimasto al centro delle polemiche politiche, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani che ha più volte ribadito la personale contrarietà alla sua presenza.

Uno scenario di tensione che precede i riflettori della cronaca

L’episodio veneziano si inserisce in un clima di crescente tensione che aveva già trovato un precedente nelle celebrazioni del 25 aprile. Solo qualche settimana prima, a Milano, la Brigata Ebraica era stata contestata e sostanzialmente cacciata dal corteo della Liberazione, un episodio che aveva riacceso il dibattito sui confini tra antisionismo e antisemitismo nelle piazze italiane. In quel caso, le polemiche avevano visto contrapposti i vertici dell’Anpi e la comunità ebraica, con il presidente della comunità di Milano, Walker Meghnagi, che aveva parlato apertamente di frasi inaccettabili rivolte ai partecipanti. Alla Biennale, la mobilitazione è stata promossa da un fronte composito, che include realtà come Anga (Art Not Genocide Alliance) e Biennalocene, i quali rivendicano un’azione diretta per interrompere quella che chiamano “normalizzazione del genocidio”. L’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, presente alla cerimonia, ha risposto definendo la protesta controproducente, sottolineando che Israele rimane un paese democratico dove la critica interna è libera, un principio che, a suo dire, dovrebbe trovare spazio anche in Laguna senza dover ricorrere alla chiusura fisica degli spazi espositivi.

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