Attentato in una moschea di Homs, nuova offensiva contro gli alawiti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un'esplosione, che ha lacerato la preghiera del venerdì nella moschea alawita Imam Ali bin Abi Talib, ha riportato ieri la morte nel cuore di Homs. L'attentato, avvenuto nel quartiere di Wadi al-Dahab a maggioranza alawita, ha causato un bilancio immediato di almeno otto vittime e diciotto feriti, molti dei quali in condizioni critiche. Le autorità, sebbene non abbiano ancora chiarito definitivamente la dinamica — oscillando l'ipotesi tra un ordigno posizionato e un attentatore suicida — concordano sul fatto che la deflagrazione sia avvenuta in un angolo della sala principale, proprio nel momento di massima affluenza dei fedeli. Un atto che, nella sua cruda precisione, sembra voler colpire non solo le persone ma il simbolo stesso di un'identità religiosa, in una città che della complessa geografia siriana è da sempre un crocevia.

La rivendicazione e il precedente di Damasco

Poche ore dopo la strage, la responsabilità è stata attribuita a se stessa dal gruppo estremista sunnita Saraya Ansar al-Sunna, formazione emersa nel contesto di profonda instabilità seguito alle recenti, radicali trasformazioni politiche del Paese. Questa non è, del resto, la prima azione sanguinaria di cui il gruppo si fregia: già nel giugno scorso, infatti, aveva rivendicato l'attentato alla chiesa greco-ortodossa di Sant'Elia a Damasco, un assalto che costò la vita a venticinque persone nonostante le prime valutazioni delle forze di sicurezza puntassero il dito verso altri attori del terrorismo jihadista. La ripetizione del modus operandi, oltre a confermare la capacità operativa di questi miliziani, delinea una strategia persistente nel prendere di mira luoghi di culto e minoranze, alimentando quel circolo di settarismo che da anni insanguina la regione.

Un paese nella morsa della transizione violenta

L'attentato si inserisce in un quadro di estrema fragilità, segnato da una transizione di potere che ha visto, lo scorso dicembre, la caduta del lungo regime di Bashar al-Assad e l'ascesa di una nuova coalizione guidata dall'attuale presidente. In questo vuoto di autorità consolidata, mentre le istituzioni tentano faticosamente di riorganizzarsi, i gruppi estremisti trovano terreno fertile per riaffermare la propria presenza e le proprie rivendicazioni attraverso il terrore. La scelta di Homs, città simbolo sia per la resistenza del governo precedente che per le sofferenze della popolazione civile durante il conflitto, appare tutt'altro che casuale, ma mirata a dimostrare che la nuova fase politica non ha portato stabilità, e che anzi le fratture confessionali restano una leva potente per destabilizzare il paese.

Il lutto e la sepoltura sotto la pioggia

Nella giornata di sabato, nonostante il freddo e la pioggia battente, centinaia di persone si sono radunate in silenzioso cordoglio davanti alla moschea devastata, in una scena di dolore collettivo che ha superato la paura di ulteriori violenze. La folla, composta in larga parte da residenti del quartiere, ha vegliato le salme prima di formare lunghi convogli funebri per accompagnarle alla sepoltura, in una processione che è stata anche un muto atto di resistenza. Quel raduno, per quanto carico di sofferenza, ha rappresentato un momento di unità di fronte a chi cerca di seminare odio settario, mostrando una comunità ferita ma non annientata dalla violenza che, ancora una volta, ha bussato alla sua porta.

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