La crisi iraniana e il conto salato per l’Europa, l’allarme povertà del Cilap: diciotto milioni di persone a rischio
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Redazione Economia
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L’escalation in Iran, al di là delle bordate di missili e delle chiusure degli stretti strategici come quello di Hormuz, sta già producendo i suoi effetti più devastanti sui bilanci delle famiglie europee e italiane, con il rincaro delle materie prime che si abbatte su una congiuntura economica già provata. Il prezzo del petrolio, che si attesta su livelli superiori di circa un quarto rispetto alla media storica calcolata dal gennaio del 1974, rappresenta solo la punta dell’iceberg di una crisi energetica che, secondo le stime del Collegamento italiano per la lotta alla povertà, rischia di riscrivere la geografia del disagio sociale nel continente. L’impennata dei costi energetici e l’inflazione galoppante, conseguenze dirette del conflitto, potrebbero tradursi in un aggravio secco per le fasce più deboli: le proiezioni parlano di diciotto milioni di individui a rischio povertà nell’Unione Europea, un dato che, tradotto in termini nazionali, significa quattro milioni di italiani in più che scivolerebbero in una condizione di vulnerabilità, andando ad aggiungersi ai tredici milioni e mezzo già oggi considerati a rischio.
I nodi finanziari del conflitto e le strategie per il portafoglio
Mentre le diplomazie internazionali restano sostanzialmente in stallo e l’amministrazione Trump, con il presidente alla Casa Bianca, valuta le prossime mosse, gli investitori privati si trovano a fare i conti con una volatilità che non risparmia nessun settore. Il consiglio degli analisti, in questa fase, è quello di evitare l’errore psicologico comune a molti, ovvero quello di rimpiangere i prezzi degli asset precedenti alla crisi, quelli che non si è riusciti a cogliere durante la fase rialzista delle borse. L’approccio razionale suggerirebbe invece di concentrarsi sulla tenuta dei propri investimenti, procedendo con ordine: diversificare il più possibile, ridurre l’esposizione verso titoli e settori particolarmente sensibili alle fluttuazioni geopolitiche, e tenere d’occhio le mosse delle banche centrali. Del resto, la storia economica insegna che le guerre, specie in aree strategiche come il Golfo, vengono vinte o perse più per il collasso delle economie interne che per la superiorità militare sul campo, e l’impennata del greggio – che oggi, seppur inferiore alle punte registrate durante la rivoluzione iraniana del 1979 o la crisi del 2008, resta pesante – ne è la prova tangibile.
L’analisi dei titoli azionari europei sotto la lente
In questo clima di incertezza, gli occhi degli operatori sono puntati su alcune specifiche realtà azionarie del Vecchio Continente, ciascuna alle prese con sfide strutturali che la crisi rischia di acuire. Nel settore immobiliare, il gruppo belga Atenor ha chiuso anche il 2025 in perdita – con un rosso di 2,4 euro per azione – e si trova ora a dover gestire un indebitamento consistente, cercando di attuare un piano triennale di riposizionamento in Europa. Diverso il discorso per il comparto bancario, dove Banca Mediolanum, dopo un anno record, mostra un profilo rischio-rendimento più bilanciato, con gli analisti che consigliano cautela in attesa di un punto di ingresso più attraente. Sul fronte industriale, Amplifon continua a destare qualche preoccupazione: la crescita organica, trainata da margini inferiori alle attese, fatica a decollare in Europa e nelle Americhe, rendendo il Titolo vulnerabile in uno scenario di contrazione dei consumi.
Il peso dell’economia americana e l’effetto sui consumi
Parallelamente, l’altra grande variabile in gioco, che incrocia inevitabilmente le sorti del conflitto, è rappresentata dalle condizioni dell’economia statunitense. Se da un lato gli Stati Uniti, in quanto produttori, potrebbero trarre vantaggio da un petrolio caro, dall’altro un’inflazione persistente rischierebbe di raffreddare i consumi interni e di inasprire ulteriormente le politiche monetarie, con ricadute globali immediate. Le associazioni umanitarie, dal canto loro, tornano a bussare alle porte dei governi europei, chiedendo misure tempestive per tamponare l’emergenza sociale: l’aumento delle bollette e dei carburanti, se non contrastato, non farà che allargare la forbice tra chi può permettersi di proteggere i propri risparmi e chi, invece, lotta per arrivare a fine mese, in un’Europa che si scopre ancora una volta vulnerabile agli shock esterni.




