Caro affitti e povertà abitativa, l'allarme Ue per un italiano su quattro
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Redazione Interno
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I dati Eurostat, utilizzati a supporto della proposta sul Piano casa presentata dalla Commissione europea, dipingono un quadro allarmante per il nostro paese, dove la morsa del caro affitti e le difficoltà di accesso al mercato immobiliare stanno spingendo una fetta consistente della popolazione verso il rischio di povertà abitativa. Il commissario europeo per la casa, Dan Jørgensen, ha illustrato un pacchetto di misure che, sebbene non configurino dei veri e propri divieti, intendono introdurre limitazioni significative alle locazioni di durata inferiore ai trenta giorni, quelle più comunemente associate al fenomeno degli affitti brevi turistici. L’obiettivo dichiarato è proteggere le aree sottoposte a uno stress abitativo particolarmente intenso, come accade nei centri storici delle città a più alta vocazione turistica, dove la progressiva scomparsa di alloggi per i residenti sta alterando il tessuto sociale ed economico.
Le reazioni del settore e le nuove regole in arrivo
Queste anticipazioni normative, che saranno abbinate a un regolamento europeo per la trasparenza del settore in vigore dal prossimo 20 maggio, hanno suscitato reazioni contrastanti. Lorenzo Fagnoni, presidente di Property Managers Italia, ha definito l’approccio della Commissione un “attacco ideologico”, sostenendo che colpire gli affitti brevi senza agire sulle cause profonde della carenza abitativa non risolverebbe l’emergenza, finendo per scoraggiare gli investimenti senza riportare appartamenti sul mercato delle locazioni a lungo termine. La proposta, che prevede l’introduzione di tetti massimi annuali alle notti affittabili o l’obbligo di combinare questa modalità con altre più tutelate, punta a un riequilibrio che molti operatori del settore giudicano però punitivo e poco efficace.
Il contesto di un mercato sotto pressione
Il piano di Bruxelles si inserisce in un contesto nazionale già fortemente provato, dove la crescita esponenziale degli affitti brevi, agevolata dalle piattaforme digitali, ha contribuito a ridurre l’offerta di case in locazione tradizionale, con conseguenti rincari che gravano soprattutto sui nuclei familiari a reddito fisso e sui giovani. La possibilità di ottenere rendite più alte e con minori oneri gestionali ha convinto molti proprietari a convertire i propri immobili, sottraendoli a un mercato residenziale già di per sé contratto. Questo meccanismo, se da un lato ha alimentato un’offerta turistica diffusa, dall’altro ha acuito la competizione per l’accesso alla casa, rendendo sempre più labile il confine tra una spesa sostenibile e il rischio di esclusione sociale.
Verso un'applicazione differenziata sul territorio
Le nuove regole, il cui avvio è previsto a partire dal 2026, lasciano margine di manovra alle autorità locali per calibrarne l’applicazione in base alle specifiche criticità territoriali. Non si tratta, quindi, di un divieto generalizzato ma di uno strumento che le amministrazioni potranno utilizzare per demarcare zone di intervento prioritario, dove il fenomeno degli affitti a breve termine è percepito come più destabilizzante. Resta da vedere come questo quadro normativo si coordinerà con le legislazioni già esistenti in molte città italiane e se gli strumenti proposti – dai tetti alle notti alle limitazioni per area – riusciranno a stemperare una pressione che, numeri alla mano, coinvolge ormai un quarto degli italiani in una condizione di vulnerabilità abitativa.




