Pertosse al Sassuolo, il calcio riscopre i vecchi protocolli: niente abbracci e mani non si toccano
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Redazione Sport
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Sembra di essere tornati indietro di cinque anni, quando le partite di calcio – sospese tra bollettini epidemiologici e tamponi – rappresentavano una parentesi di normalità sofferta, eppure agognata. Stasera, alla vigilia del fischio d’inizio tra Juventus e Sassuolo, i gesti che scandiscono il rituale sportivo subiscono una sospensione inattesa: niente strette di mano prima del calcio d’inizio, niente abbracci di rito dopo i novanta minuti. A imporlo non è più un virus sconosciuto, ma la pertosse, un’infezione batterica che ha messo in ginocchio il gruppo squadra allenato da Fabio Grosso, costringendo la società emiliana a riattivare procedure che sembravano archiviate insieme ai green pass e alle conferenze stampa in solitaria.
Il focolaio, come documentato dal club neroverde in un comunicato ufficiale diffuso nella giornata di ieri, ha portato all’isolamento di sei calciatori: uno con diagnosi accertata di pertosse e altri cinque con sintomatologia compatibile, tutti attualmente rinchiusi in casa per scongiurare il rischio di contagio verso il resto della rosa. La malattia, nota anche come "tosse dei cento giorni" per la sua persistenza clinica, si trasmette per via aerea attraverso le goccioline di saliva, rendendo gli spogliatoi e i contatti ravvicinati dell’allenamento un terreno fertile per il batterio Bordetella pertussis. A nulla è valsa la profilassi somministrata tempestivamente ai componenti asintomatici; lo staff medico, in accordo con le autorità sanitarie, ha applicato i protocolli vigenti, tenendo costantemente informata la Lega Serie A senza però che, almeno per il momento, si sia configurata l’ipotesi di un rinvio della gara.
L’incognita delle formazioni e il silenzio sui nomi
A complicare ulteriormente la vigilia, e a gettare un velo di suspense su quella che già si preannunciava come una trasferta ostica per i neroverdi, è la scelta del club di non divulgare i nomi dei sei giocatori coinvolti. Una decisione, questa, dettata da motivi di privacy che hanno portato il Sassuolo a rinviare la pubblicazione della lista dei convocati e a mantenere il massimo riserbo sull’identità dei calciatori indisponibili, destinata a essere svelata solo un’ora prima del fischio d’inizio con la diffusione delle formazioni ufficiali. Per Fabio Grosso, che già alla vigilia parlava di una “settimana particolare” e di “complicazioni” che hanno costretto a rimodellare giorno dopo giorno i piani tattici, l’emergere di questa epidemia rappresenta un’ulteriore complicazione organizzativa. L’allenatore, nel corso della conferenza stampa, ha ammesso di avere un organico decimato, sottolineando come si sia cercato di trasformare le difficoltà in un’opportunità per i ragazzi a disposizione, pur consapevole dell’alto livello dell’avversario.
La situazione, per quanto anomala nel contesto del calcio professionistico, riflette un fenomeno di più ampia portata registrato a livello europeo. L’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc) ha recentemente segnalato un boom di contagi tra marzo 2023 e maggio 2024, con quasi 60mila casi riportati, un numero di oltre dieci volte superiore rispetto al biennio precedente. Se il rischio più elevato si riscontra solitamente tra i bambini minori di un anno, il focolaio esploso nello spogliatoio del Sassuolo dimostra come la patologia – altamente contagiosa – possa colpire anche atleti adulti in piena forma fisica, imponendo un isolamento rigoroso per interrompere la catena del contagio. Mentre il Napoli, nell’anticipo del venerdì, si è portato a casa tre punti pesanti da Cagliari acchiappando il secondo posto, la Juventus si prepara ad affrontare un Sassuolo che arriva a Torino con la consapevolezza di dover fare a meno di un terzo della rosa, tra assenze già previste per infortunio e quelle forzate dalla pertosse.
Il ritorno alle misure restrittive
In questo scenario, il rituale pre-partita si carica di un significato surreale: il divieto di stringersi la mano e di scambiarsi abbracci richiama alla memoria gli anni più bui del nostro calcio, quando le partite si giocavano a porte chiuse o con i calciatori costretti a entrare in campo con la mascherina. È una situazione che stride con la normalità del campionato, ma che trova una sua coerenza nei protocolli sanitari che il club emiliano ha scelto di applicare alla lettera, isolando i soggetti sintomatici già da tre giorni sotto costante monitoraggio. La decisione di trattare la pertosse con la stessa severità riservata al Covid sottolinea come, in ambito sportivo, la tutela della salute dei tesserati prevalga su qualsiasi esigenza agonistica, anche quando a essere minacciata non è una pandemia globale ma una malattia infettiva che, se trascurata, rischia di mettere fuori gioco un’intera squadra.
Non resta dunque che attendere la stesura delle formazioni per scoprire chi, tra i titolari, dovrà osservare il turno di riposo forzato. L’attenzione, nel frattempo, si sposta sulle parole di Grosso, che ha cercato di mantenere alto il morale del gruppo parlando di “voglia di cogliere l’opportunità” e di “resistere alle difficoltà”. Un’opportunità, quella concessa ai calciatori che scenderanno in campo, di dimostrare il proprio valore in una partita che, prima ancora di essere una sfida tattica, è diventata una prova di resilienza per un club costretto a fare i conti con un nemico invisibile ma decisamente concreto. Per la Juventus, che vuole restare aggrappata alla giostra della Champions League, l’avversario di stasera è un’incognita: una squadra decimata, con le certezze tattiche sconvolte da un imprevedibile contagio che ha riportato il calcio a confrontarsi con le sette malattie dei bambini, quelle che sembravano appartenere a un’altra epoca.




