La pertosse ferma il Sassuolo, nel segno del vecchio protocollo: niente abbracci né strette di mano con la Juventus

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Si torna indietro di cinque anni, quasi a rivivere quelle domeniche in cui il calcio sembrava offrire solo una parentesi di normalità sospesa tra tamponi e distanziamenti. Stasera, alla vigilia del match dell’Allianz Stadium contro la Juventus, il Sassuolo si presenta con un contagio che ha costretto il club a riesumare misure che si credevano ormai sepolte nel passato dell’emergenza sanitaria: niente strette di mano prima del fischio d’inizio, niente abbracci al termine, nemmeno il rituale scambio di maglie. A imporlo non è più un decreto governativo, ma la pertosse, un’infezione respiratoria subdola e altamente contagiosa che ha messo in ginocchio parte della rosa allenata da Fabio Grosso.

La notizia è arrivata ieri, quando il club neroverde ha ufficializzato che un calciatore, da martedì, è chiuso in casa con la diagnosi certa di pertosse – quella che un tempo chiamavano la tosse dei cento giorni per la sua persistenza quasi interminabile – e altri cinque compagni sono stati messi in isolamento perché presentano una sintomatologia compatibile. L’annuncio, diffuso attraverso i canali ufficiali della società, ha gelato l’ambiente alla vigilia di una partita delicata per entrambe le contendenti: da un lato la Juventus, che cerca di restare aggrappata al treno che porta verso la zona Champions, dall’altra un Sassuolo costretto a gestire un imprevisto che evoca gli anni peggiori del nostro calcio, quelli in cui i protocolli rigidi scandivano persino la posizione in panchina.

Il precedente che riaffiora e la gestione di una settimana particolare

Nel parlare della sfida ai bianconeri, Grosso non ha nascosto le difficoltà legate a questa gestione emergenziale. Ha parlato di una settimana “particolare”, con “qualche complicazione in più” che si è aggiunta alla normale preparazione di un match affrontato contro una squadra “forte e in salute”, capace di schierare interpreti di “grandissime qualità”. L’allenatore, nella conferenza stampa di rito, ha delineato una situazione che impone rigore e attenzione, in cui la componente atletica e tattica finisce inevitabilmente per passare in secondo piano rispetto alle esigenze di contenimento di un focolaio che rischiava di mettere a repentaglio la disputa stessa della gara.

Le domande sul possibile rinvio, in queste ore, hanno cominciato a circolare con insistenza, alimentate dal ricordo di quelle stagioni in cui un singolo caso positivo poteva far slittare un’intera giornata di campionato. Ma stavolta il meccanismo è diverso: non esiste più un protocollo federale imposto dall’alto, quanto piuttosto una responsabilità autonoma del club emiliano, che ha scelto di applicare misure restrittive per evitare il propagarsi dell’infezione. L’effetto, però, è lo stesso: l’Allianz Stadium si prepara a ospitare una partita che, nel rito degli abbracci negati e delle distanze rispettate, restituirà l’immagine di un calcio in bilico tra la voglia di normalità e la fragilità imposta da una malattia antica.

La pertosse nel calcio, un evento raro che scompiglia la vigilia

Che un’infezione respiratoria tipica dell’età pediatrica – per la quale esiste una vaccinazione diffusa – faccia irruzione in uno spogliatoio di Serie A rappresenta un fatto statisticamente anomalo, tale da richiedere l’intervento del personale medico e il rispetto di misure di isolamento più severe di quelle a cui il calcio professionistico si era riabituato nell’ultimo biennio. Il caso di Sassuolo, di fatto, trasforma la gara con la Juventus in un’occasione di verifica della capacità di adattamento di una squadra che si trova a dover fare i conti con assenze pesanti e con una preparazione spezzata dai vincoli imposti dall’Azienda sanitaria locale.

Cinque calciatori con sintomi compatibili e un caso confermato rappresentano un numero significativo per un organico, e la decisione di procedere ugualmente con la gara, senza chiederne il rinvio, è stata dettata dalla volontà di rispettare l’integrità del campionato. Una scelta che, tuttavia, impone un approccio mentale complesso ai calciatori chiamati a scendere in campo: si gioca, ma in una bolla rivissuta, con l’attenzione massima a non creare quelle occasioni di contatto ravvicinato che fino a pochi mesi fa erano vietate per decreto.

La giostra della classifica e il rischio di un calcio distratto

La partita, intanto, resta valida per la trentesima giornata e porta con sé il peso di una classifica che non concede soste. Il Napoli, in serata, ha già portato a casa tre punti da Cagliari con la zampata di McTominay, agganciando il secondo posto e alzando la pressione sul Milan, impegnato oggi contro il Torino nella ricerca di quel riscatto che pare doveroso. In questo scacchiere, la Juventus non può permettersi distrazioni: per restare aggrappata alla giostra che porta alla prossima Champions League deve vincere, indipendentemente dalle condizioni in cui arriva l’avversario.

Ma la particolarità della situazione sassolese rischia di creare un cortocircuito, perché il calcio è fatto anche di questi imprevisti imponderabili: la pertosse, come già accaduto in passato con altri virus stagionali, non distingue tra giovani promesse e veterani, e il suo arrivo alla vigilia di una sfida cruciale aggiunge una variabile che nessun algoritmo statistico avrebbe potuto prevedere. Dall’altra parte, Fabio Grosso dovrà inventarsi una formazione competitiva senza poter contare su una parte significativa del suo gruppo, limitandosi a osservare quei protocolli che, per quanto volontari, hanno il sapore amaro di un déjà-vu.

L’incontro, dunque, si giocherà. Ma quando i giocatori entreranno in campo, e i riflettori si accenderanno sull’erba dell’Allianz Stadium, sarà inevitabile cogliere quella sottile differenza nei gesti: niente mani intrecciate per il sorteggio delle porte, niente abbracci di conforto a fine partita. Quasi un’istantanea sospesa, in cui il calcio si confronta ancora una volta con ciò che accade fuori dal rettangolo verde, dimostrando come, anche in una domenica qualunque di primavera, le malattie infantili possano ancora dettare le regole del gioco.

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