Granfondo Torino, la festa dello sport si tinge di lutto: due ciclisti muoiono per arresto cardiaco

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il fragore delle biciclette che sfrecciano lungo il tracciato, solitamente sinonimo di passione e resistenza, domenica si è trasformato in un silenzio irreale. L’undicesima edizione della Granfondo Internazionale Torino, che aveva preso il via dal Motovelodromo Fausto Coppi, è stata segnata da una duplice tragedia che nulla ha lasciato intendere ai tanti appassionati presenti. Due ciclisti, un uomo di 61 anni e un altro di 67, hanno perso la vita a causa di un improvviso arresto cardiaco, gettando nello sconforto l’intero mondo del ciclismo amatoriale. La manifestazione, lunga 113 chilometri con un dislivello positivo che sfiora i duemila metri, presentava un percorso di certo non semplice: il tratto fatale, dove si sono verificati i malori, era situato nella fase conclusiva della gara, tra le località di Chieri e Pino Torinese, proprio laddove la fatica muscolare raggiunge il suo apice.

Gli operatori del soccorso, sebbene prontamente allertati, non sono purtroppo riusciti a scongiurare l’epilogo. Il primo dei due, residente a Pinerolo e di 67 anni, è stato soccorso immediatamente dall’auto medica che seguiva la competizione -2; le manovre di rianimazione, iniziate sul posto e proseguite senza sosta durante il trasporto in ospedale, si sono purtroppo rivelate vane. Poco dopo, lo stesso copione si è ripetuto per il secondo atleta, un 61enne, la cui situazione ha richiesto l’intervento dell’elisoccorso del 118. Trasportato d’urgenza alle Molinette di Torino, è arrivato in arresto cardiaco, e i sanitari non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso. La dinamica, in entrambi i casi, è stata identica: uno sforzo estremo, il malore, e il crollo a pochi chilometri dal traguardo.

Il tratto più duro, un killer silenzioso tra salite e dislivelli

È nella geografia del tracciato, forse, che si cela una delle chiavi per comprendere quanto accaduto. Il percorso, che si snoda sulle colline del primo cuneese fino a raggiungere la celebre Basilica di Superga, non concede tregua. I quasi 2.000 metri di dislivello positivo rappresentano una sfida severa anche per gli atleti preparati, ma il dramma si è consumato nella frazione di gara in cui il fisico è già provato dalle ore di pedalata. A lanciare un allarme, seppur indiretto, è stato nei giorni scorsi il mondo della cardiologia piemontese. Giuseppe Musumeci, direttore della struttura complessa di Cardiologia del Mauriziano, ha ribadito un concetto noto ma spesso rimosso quando si è nel pieno della fatica agonistica: lo sforzo fisico massimale, in soggetti non perfettamente allenati o con patologie silenti, agisce come un fattore scatenante per eventi avversi acuti.

Le salite di Pino Torinese, dove la pendenza si fa più aguzza e la respirazione affannosa, sono diventate il teatro di questo ennesimo dramma sportivo. La corsa, che vede solitamente migliaia di cicloamatori invadere le strade del Torinese, ha dovuto assistere impotente alla ripetizione di un copione che, in primavera, torna ciclicamente a colpire le grandi manifestazioni di massa. Dalle Fiandre alla Nove Colli, passando per la Via del Sale, gli episodi di arresto cardiaco tra gli amatori over 60 sono una costante dolorosa. In questo frangente, l’organizzazione del Gs Alpi ha scelto la via del riserbo più assoluto, comunicando sui propri canali l’immediata sospensione di “ogni attività celebrativa”, e sottolineando come, in un contesto simile, “l’aspetto sportivo perde ogni rilevanza”.

I numeri della strage silenziosa, quando la prevenzione non basta

Non si tratta di un caso isolato, e a dirlo sono i fatti di cronaca recente. Solo lo scorso anno, un uomo di 58 anni perse la vita durante la Nove Colli, mentre un altro cicloamatore di 52 anni si accasciò lungo il percorso della Granfondo Via del Sale. Ciò che colpisce, in queste dinamiche, è la tempestività con cui la morte sopraggiunge, spesso nonostante la presenza di defibrillatori e personale specializzato schierato lungo il percorso. Nel caso della Granfondo Torino, i soccorsi sono scattati in pochi secondi: l’auto medica era al seguito, e l’elisoccorso è decollato immediatamente, ma la violenza dell’arresto cardiaco non ha lasciato scampo.

I due uomini, rispettivamente di 61 e 67 anni, rappresentano una fascia d’età sempre più numerosa nel mondo delle granfondo, quella degli amatori che continuano a sfidare i propri limiti. E se da un lato l’esercizio fisico regolare è considerato il miglior farmaco per il cuore, dall’altro lo sforzo estremo e improvviso agisce come un test fatale per placche aterosclerotiche o aritmie sconosciute. L’allarme lanciato dai cardiologi è chiaro: “Vanno evitati sforzi estremi, soprattutto dopo i 45 anni”, un monito che però si scontra con la cultura dell’agonismo e della ricerca della prestazione che caratterizza questi eventi. La Procura, come da prassi, potrebbe aprire un fascicolo per accertare eventuali responsabilità, sebbene al momento non emergano omissioni specifiche riguardo l’assistenza sanitaria prevista dal regolamento.

L’addio silenzioso al ciclismo amatoriale, tra dolore e norme

Sul fronte degli accertamenti giudiziari, non sono stati ancora resi noti i nominativi completi delle vittime, sebbene alcune fonti locali abbiano parlato di un residente a Pinerolo e di un altro proveniente da Collegno. Ciò che appare chiaro è la necessità di interrogarsi nuovamente sui protocolli di sicurezza, anche se in questa sede ci si limita a riportare i fatti: le vittime avevano superato la sessantina, un’età in cui le patologie cardiovascolari diventano statisticamente più rilevanti. La tragedia ha riacceso i riflettori sull’importanza dei certificati medici per l’attività agonistica, spesso rilasciati dopo visite elettrocardiografiche che, però, non sempre riescono a intercettare le anomalie che si manifestano solo sotto sforzo massimale.

Il Gs Alpi, organizzatore dell’evento, ha scelto di cancellare ogni manifestazione di giubilo. Nessuna premiazione, nessuna foto di rito sotto l’arco d’arrivo: la domenica di sport si è chiusa nel più totale riserbo, con i partecipanti che hanno appreso la notizia a gara conclusa, tra abbracci silenziosi e lo smarrimento di chi ha sfiorato lo stesso destino. L’edizione 2026 della Granfondo Torino resterà tristemente negli annali come quella dei due cuori che hanno smesso di battere sulle salite di Pino Torinese. La salita, che doveva essere un trionfo personale, è diventata il palcoscenico di una tragedia che nessuna medaglia avrebbe mai potuto risarcire.

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