Pescara, morto trentenne colpito dal taser: cosa è successo e quando si può usare
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Redazione Interno
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La morte di Riccardo Zappone, il trentenne colpito da un taser durante un intervento della polizia a Pescara, ha riacceso il dibattito sull’uso di quest’arma definita “non letale” ma che, in circostanze specifiche, può rivelarsi fatale. L’episodio, avvenuto ieri mattina in strada comunale Piana, è ancora sotto indagine, ma la dinamica sembra seguire un copione già visto: una segnalazione per una rissa, l’arrivo delle volanti, un tentativo di resistenza e l’impiego dello strumento elettrico, seguito dal malore e dal decesso per arresto cardiaco.
Il taser, che emette scariche ad alto voltaggio per neutralizzare temporaneamente un individuo, è in dotazione alle forze dell’ordine dal 2010, con protocolli che ne limitano l’uso a situazioni di estrema necessità. Tuttavia, casi come quello di Zappone – che aveva già una ferita alla testa prima dello scontro con gli agenti – sollevano interrogativi sui rischi legati a soggetti vulnerabili, specie se sotto l’effetto di sostanze o con patologie non evidenti. Non è la prima volta che accade: nel 2021, a Torino, un uomo morì dopo essere stato immobilizzato con lo stesso dispositivo, mentre nel 2019 un altro episodio a Milano finì in tragedia.
Le regole attuali prevedono che il taser venga usato solo in caso di “pericolo imminente” o per evitare l’escalation di violenza, evitando di colpire torace o testa. Ma la linea tra difesa legittima e uso eccessivo della forza è sottile, e spesso i margini si decidono in pochi secondi. Le indagini, ora in mano alla procura, dovranno stabilire se gli agenti abbiano rispettato i protocolli o se, come denunciano alcune associazioni, ci siano state omissioni.




