Riforma medici di famiglia, il governo frena dopo la protesta delle Regioni
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Redazione Interno
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La riforma medici di famiglia subisce una brusca frenata dopo le contestazioni emerse attorno al progetto di decreto legge che avrebbe dovuto ridisegnare una parte dell’assistenza territoriale. Il testo inizialmente previsto contava dieci articoli e delineava un intervento che includeva, tra le altre misure, il passaggio alla dipendenza di una quota limitata di medici di famiglia oggi convenzionati con il Servizio sanitario. L’obiettivo era garantire la copertura dei turni nelle Case di comunità, strutture centrali nel nuovo modello organizzativo della sanità territoriale. Nelle ultime ore, però, l’impostazione originaria è stata accantonata a favore di una linea più prudente, con il governo orientato a evitare uno scontro diretto e a cercare una soluzione condivisa.
Al posto dell’intervento immediato attraverso un decreto, prende quota l’ipotesi di un confronto con i medici per modificare la convenzione che regola oggi il loro rapporto con il sistema sanitario. Il cambiamento di approccio arriva dopo le forti resistenze politiche e istituzionali che hanno accompagnato il progetto di riforma. Quello che nelle intenzioni iniziali doveva rappresentare un passaggio rapido verso una nuova organizzazione della medicina di base si è trasformato in un percorso più complesso, nel quale il consenso delle categorie coinvolte appare decisivo per qualsiasi evoluzione futura.
Il nodo delle Case di comunità e dei medici dipendenti
Alla base della proposta c’era la necessità di garantire una presenza minima dei medici di famiglia e dei pediatri all’interno delle Case di comunità. Queste strutture, finanziate attraverso il Pnrr, sono state concepite come poli territoriali nei quali professionisti diversi possano lavorare insieme per offrire risposte più rapide e coordinate ai cittadini. Nella bozza del decreto si riteneva necessario assicurare una quota definita di attività all’interno di questi maxi ambulatori, nei quali dovrebbero operare medici di base, specialisti, infermieri e assistenti sociali. Proprio il modo in cui raggiungere questo obiettivo ha però acceso il confronto politico e sindacale.
L’ipotesi del passaggio alla dipendenza pubblica di una parte dei medici convenzionati era stata individuata come uno degli strumenti per assicurare la copertura dei servizi richiesti dalle nuove strutture territoriali. La proposta ha tuttavia incontrato numerose obiezioni, sia sul piano organizzativo sia su quello professionale. Il tema riguarda infatti l’equilibrio tra il modello attuale della convenzione e un possibile rafforzamento del rapporto diretto con il sistema sanitario pubblico, una questione che si è rapidamente trasformata in uno dei punti più controversi dell’intera riforma.
Le divisioni nel governo e la posizione di Schillaci
Il rallentamento del progetto non è legato soltanto alle perplessità delle categorie interessate. All’interno della stessa maggioranza sono emerse posizioni differenti. Da una parte si sono schierate diverse Regioni, comprese alcune amministrate dal centrodestra, come Lombardia e Lazio, insieme al ministro della Salute Orazio Schillaci. Dall’altra parte, una porzione significativa del governo ha espresso forti riserve sul contenuto della riforma. In particolare, Forza Italia e il vicepremier Antonio Tajani hanno contestato l’ipotesi di trasformare i medici di famiglia in dipendenti pubblici, sostenendo che una simile scelta avrebbe inciso sul rapporto di fiducia tra medico e paziente.
Nonostante il clima di forte contrapposizione, Schillaci continua a difendere l’impianto della riforma. Il ministro ritiene che il progetto sia utile ai cittadini e, secondo quanto riferito, non considera concluso il percorso di cambiamento. All’interno del ministero della Salute resta infatti la speranza di arrivare comunque a un decreto legge, anche se la prospettiva appare sempre più difficile da realizzare entro la fine della legislatura. Le resistenze provenienti da una parte delle forze di governo e dai sindacati hanno reso il percorso molto più accidentato rispetto alle previsioni iniziali.
La vicenda evidenzia il peso assunto dalla riorganizzazione dell’assistenza territoriale nel dibattito sanitario. Da un lato c’è l’esigenza di rendere operative le Case di comunità e di garantire una presenza stabile dei professionisti all’interno delle nuove strutture. Dall’altro emerge la volontà di preservare caratteristiche considerate centrali nel modello attuale della medicina di base. Il risultato, almeno per il momento, è il congelamento della riforma nella sua versione originaria e l’apertura di una fase di confronto che punta a individuare modifiche condivise alla convenzione dei medici di famiglia, evitando uno scontro frontale che avrebbe potuto compromettere l’intero progetto.




