Commissione Covid, scontro sulle audizioni segrete in caserma: il campo largo abbandona i lavori
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Redazione Interno
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La constatazione, per il cosiddetto “campo largo”, è che si sia ormai superata ogni linea rossa, quella soglia oltre la quale un’inchiesta parlamentare rischia di scadere in un atto di accusa politica privo delle garanzie costituzionali.
E con questa motivazione – ribadita in una nota congiunta che porta le firme di Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia Viva – le opposizioni hanno ieri abbandonato i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, innescando una crisi procedurale che sembra destinata a segnare una cesura insanabile nel metodo con cui si intendono accertare le responsabilità della pandemia.
L’atto finale di un dissidio, quest’ultimo, che covava sotto la cenere da settimane e che è esploso con violenza quando è emerso che due cittadini, indicati come persone informate sui fatti, erano già stati ascoltati in un commissariato di polizia, alla presenza di consulenti esterni della Commissione, senza che i membri dell’opposizione ne fossero formalmente edotti o potessero esercitare il diritto di controesame.
Il nodo delle deleghe e l’ombra della illegittimità
Al centro della bufera, dunque, finisce la figura del presidente della Commissione, il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei, accusato direttamente da Francesco Boccia e dagli altri capigruppo di minoranza di aver trasformato un organismo parlamentare – che per Costituzione dovrebbe operare con gli stessi poteri e limiti dell’autorità giudiziaria – in una sorta di “plotone di esecuzione” o, peggio, in una procura parallela gestita in autonomia dalla maggioranza.
La contestazione specifica, suffragata da una lettera inviata ai presidenti di Camera e Senato (Fontana e La Russa), riguarda la presunta illegittimità delle procedure adottate: il presidente Lisei, secondo quanto denunciato, avrebbe delegato consulenti esterni – tra i quali figurano un magistrato della DDA di Napoli e un tenente colonnello della Guardia di Finanza – a svolgere interrogatori formali in una caserma, un’attività che le opposizioni ritengono riservata per legge ai soli commissari parlamentari.
Poiché, come ribadito dai gruppi di minoranza, l’attività istruttoria non sarebbe delegabile a soggetti estranei al Parlamento, e poiché non vi sarebbe traccia di un voto formale in tal senso presso l’Ufficio di Presidenza, la richiesta delle opposizioni è chiara: la dichiarazione di nullità di quegli atti e le immediate dimissioni di Lisei, ritenuto ormai “incapace” di svolgere un ruolo di garanzia.
La controffensiva di Fratelli d’Italia: “È solo una caccia alle streghe”
Dall’altra parte dello schieramento, tuttavia, la reazione della maggioranza è stata di segno diametralmente opposto, e non meno dura. Fratelli d’Italia, attraverso la voce del suo presidente della Commissione Marco Lisei e del responsabile organizzazione Giovanni Donzelli, ha parlato apertamente di un “clamoroso epic fail” delle opposizioni, sostenendo che l’intera vicenda sia una montatura finalizzata a sottrarsi a un’audizione scomoda.
La difesa di Lisei si basa su un duplice binario: da un lato, l’invocazione dell’articolo 82 della Costituzione, che equipara i poteri della Commissione a quelli della magistratura (e che quindi permetterebbe l’uso di consulenti tecnici per le indagini); dall’altro, la tesi secondo cui le attività delegate sarebbero state “condivise senza obiezioni” proprio nel corso di quell’Ufficio di Presidenza che le opposizioni oggi dicono essere stato scavalcato.
Secondo gli esponenti di FdI, quindi, non solo non vi sarebbe alcuna violazione, ma le accuse di irregolarità servirebbero solo a coprire un imbarazzo politico di fondo: quello relativo alle dichiarazioni raccolte, che secondo la maggioranza getterebbero ombre inquietanti sulla gestione delle forniture (si parla di presunte consulenze opache per centinaia di migliaia di euro) durante il governo guidato da Giuseppe Conte.
L’audizione mancata e il fantasma del governo Conte-2
Se si guarda al contenuto delle contestazioni, al di là della pura procedura, si comprende come la posta in gioco sia altissima. Giuseppe Conte, tornato a parlare pubblicamente della vicenda in occasione di un evento letterario a Genova, ha infatti ribadito la sua posizione: secondo l’ex presidente del Consiglio, la Commissione (voluta principalmente da Fratelli d’Italia) non avrebbe mai avuto una reale vocazione inquisitoria, ma sarebbe servita a “rimestare nel fango” a scopo di delegittimazione politica.
È in questo quadro che si inserisce la questione degli interrogatori in caserma: quello che per le opposizioni è un vizio di forma insanabile, per la destra rappresenta l’unico modo per aggirare quello che definiscono un “muro di gomma” alzato dal Movimento 5 Stelle. Nei giorni precedenti alla rottura, del resto, lo stesso Lisei aveva difeso la scelta di audire testimoni in sedi protette citando precedenti storici di altre commissioni, ma la mossa non è bastata a placare gli animi.
A certificare la frattura ci ha pensato il senatore Francesco Boccia, il quale, uscendo dall’aula, ha affermato senza mezzi termini che il Parlamento ha il dovere di fermarsi quando il confine tra legalità e arbitrio viene calpestato, e che nessuna inchiesta che si rispetti può essere condotta a porte chiuse da soggetti delegati senza il controllo dell’organo collegiale.
L’escalation verbale e lo stallo istituzionale
L’esito, a questo punto, è lo stallo più completo. Mentre i consulenti incaricati dalla presidenza (tra cui i già citati professionisti della DDA e delle Fiamme Gialle) avrebbero già depositato i verbali di quegli interrogatori, i partiti di opposizione hanno chiarito che non torneranno a occuparsi della Commissione “se non quando i presidenti delle Camere riporteranno l’organismo all’interno dei binari della legalità”.
Nei fatti, la richiesta di sospensione immediata dei lavori non è stata accolta, e Marco Lisei ha fatto sapere che intende restare al proprio posto (“non posso dare ascolto a richieste che non corrispondono alla realtà”), alimentando una paralisi che rischia di vanificare mesi di indagini.
Quanto ai contenuti emersi da quelle audizioni contestate, trapelano indiscrezioni relative a fatture e pagamenti per “consulenze” legate ai kit diagnostici e ai tamponi – connessioni che la maggioranza indica come possibili illeciti, mentre l’ex esecutivo le definisce normali pratiche commerciali strumentalizzate.
In attesa di un intervento che riporti la discussione sul piano tecnico (e lontano dalle urla dell’aula), la sensazione è che l’inchiesta sulla pandemia abbia subito una ferita profonda, forse letale: perché se viene meno la fiducia nel metodo, come nota un osservatore istituzionale, diventa impossibile anche solo condividere le conclusioni.




