Commissione Covid, i verbali smascherano Pd, M5S e Iv. FdI: «Chiedano scusa a Lisei»
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Redazione Interno
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Nessuna convocazione segreta, nessuna violazione delle regole, nessun atto compiuto a insaputa dei commissari: la ricostruzione fornita dalle opposizioni, che avevano richiesto a gran voce le dimissioni del presidente Marco Lisei, è crollata sotto il peso dei documenti ufficiali.
Il presidente della Commissione d’inchiesta Covid, dopo aver subito pressioni per settimane, ha infatti trasmesso ai componenti dell’organismo i verbali dell’Ufficio di presidenza relativi alle contestate audizioni di testimoni in commissariato, quelle stesse che da sinistra si sosteneva fossero state organizzate nella totale opacità.
Dai resoconti emerge – come riportato da fonti parlamentari che li hanno visionati – una verità diametralmente opposta alla narrazione allarmistica messa in scena dai gruppi di minoranza, rivelando che Lisei non solo aveva informato puntualmente l’Ufficio, ma aveva ottenuto un consenso plebiscitario.
La procedura votata all’unanimità e la «patetica messinscena»
Nel dettaglio, durante la seduta del 5 maggio, su sollecitazione del senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan, Lisei aveva sottoposto all’assemblea la delega concessa ai magistrati della Commissione per indagare sul fronte dei tamponi, mentre in un’altra riunione, tenutasi il 26 maggio, era stata affrontata la delicata questione del possibile accompagnamento coattivo per un avvocato.
In entrambe le circostanze – come certificato dai verbali – le opposizioni, rappresentate da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Italia Viva, non hanno sollevato alcuna obiezione, arrivando anzi a votare a favore dell’operato del presidente.
«Una sinistra in evidente difficoltà ha alzato una polemica solo per deviare l’attenzione dalle loro responsabilità», ha commentato Malan, mentre la deputata Alice Buonguerrieri, capogruppo di FdI in Commissione, ha parlato senza mezzi termini di «gazzarra inscenata» e di una «patetica messinscena» orchestrata esclusivamente per distogliere il pubblico dalle emergenze investigative reali.
Le tangenti sulle mascherine e l’ombra dello studio legale di Conte
A rendere ancora più rovente lo scontro, e forse a spiegare la reazione furibonda delle minoranze, è il merito delle indagini che queste deleghe dovevano facilitare. Al centro del ciclone non ci sono semplici scaramucce procedurali, ma il gigantesco buco nero dei 454 mila euro – soldi pubblici – finiti nelle casse di una consulenza legata alle forniture di kit diagnostici durante la prima, drammatica fase della pandemia.
Il general manager di una società produttrice, ascoltato in sede di audizione, avrebbe praticamente spogliato quella parcella milionaria, ammettendo che forse era stata pagata «solamente per l’attività di controllo dei documenti» o per una semplice lettera di sollecito; un’affermazione, quest’ultima, che getta una luce sinistra sull’operato dello studio legale dell’avvocato Luca Di Donna, all’epoca dei fatti stretto collega di Giuseppe Conte.
L’invito a costituirsi e la replica a distanza di Conte
Proprio l’ex presidente del Consiglio, oggi alla guida del Movimento 5 Stelle, è finito inevitabilmente nel mirino della maggioranza, che non ha gradito le critiche sulla forma e ha deciso di colpire nel merito sostanziale della vicenda.
«Non accettiamo lezioni di coraggio da chi parla di gestione della pandemia su tutti i palcoscenici, ma non ha ancora avuto il coraggio di venire a riferire sulla sua gestione nella commissione d’inchiesta Covid», ha tuonato Buonguerrieri, invitando Conte a dimettersi dalla Commissione (di cui è membro) per potersi presentare a rendere conto come semplice testimone, o addirittura come possibile indagato, delle consulenze che gravitavano attorno al suo vecchio studio.
Da Genova, dove presentava un libro, l’ex premier ha respinto l’invito con fermezza, rivendicando una vita spesa nella legalità e sfidando i suoi accusatori a cercare pure per «dieci, vent’anni» un suo atto illecito, che secondo lui non verrà mai trovato.




