La Cia apre un fronte curdo in Iran, attesa un’operazione di terra nei prossimi giorni
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Mentre le macerie fumanti di quello che fu il comando della Forza Quds non sono state ancora rimosse, l’amministrazione Trump, con il presidente insediato alla Casa Bianca dallo scorso gennaio, pare aver deciso di giocare una carta che conosce bene, quella curda, per provare a innescare un’insurrezione popolare capace di rodere dall'interno le fondamenta della Repubblica Islamica. Non ci sarebbero, stando a quanto trapela da fonti di intelligence citate dalla Cnn, soltanto contatti informali o promesse vaghe, ma un vero e proprio piano operativo della Cia volto a rifornire di armi e supporto i migliaia di combattenti curdi stanziati lungo la linea di confine che separa l'Iraq dall'Iran, principalmente nella regione del Kurdistan iracheno. L'obiettivo, dichiarato con una certa dose di cinismo operativo, sarebbe quello di sfruttare la prossimità geografica e la conoscenza del territorio di queste milizie – storicamente nemiche giurate di Teheran – per aprire un secondo fronte, o meglio, un fronte terrestre che costringa le forze dei Pasdaran a dividersi e a combattere su più direttrici.
Le telefonate del presidente e l’asse con Erbil
Il retroscena, che ha iniziato a prendere forma nelle ultime ore, si arricchisce di dettagli che delineano una regia molto più complessa di quanto si potesse immaginare. Sembra, infatti, che lo stesso Donald Trump abbia personalmente contattato Mustafa Hijri, leader del Partito democratico del Kurdistan iraniano, uno dei gruppi storicamente più attivi e che proprio nei giorni scorsi era finito nel mirino dei droni del delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Ma non è tutto, perché le interlocuzioni non si sarebbero limitate ai soli curdi iraniani: il presidente americano avrebbe parlato anche con i leader curdi iracheni, figure cardine come Masoud Barzani e Bafel Talabani, per discutere non solo l'operazione militare in corso, ma soprattutto le modalità di una possibile cooperazione che trasformi il Kurdistan iracheno in una piattaforma logistica avanzata. Un passaggio, questo, che appare cruciale, perché senza il via libera – o quantomeno la benevola neutralità – del governo regionale di Erbil, qualsiasi piano di infiltrazione via terra rischierebbe di rimanere lettera morta.
L'idea che starebbe prendendo, secondo quanto riferito da fonti curde alla stampa internazionale, è quella di un'operazione che potrebbe scattare nei prossimi giorni, con l'obiettivo dichiarato di creare le condizioni per una rivolta. Il ragionamento alla base è tanto semplice quanto rischioso: se i combattenti curdi riusciranno a impegnare le forze di sicurezza iraniane lungo i confini montuosi dell'ovest, distraendole e costringendole a diradarsi, nelle grandi città potrebbe crearsi quel vuoto di potere che consentirebbe alla popolazione, già scesa in piazza in passato, di tornare a farlo con minori probabilità di essere massacrata. A questa strategia se ne affianca un'altra, più ambiziosa e forse ancora in fase embrionale, che vedrebbe i curdi non solo come forza d'urto diversiva, ma come attori capaci di conquistare e mantenere territorio nel nord dell'Iran, creando di fatto una zona cuscinone che potrebbe rivelarsi utile anche a Israele, che da giorni, secondo alcune fonti, starebbe preparando il terreno con raid mirati contro postazioni di polizia e militari iraniani al confine.
Non mancano, tuttavia, le crepe in questo castello che si vuole costruire. Se da un lato i curdi iraniani vedono in questa contingenza un'occasione forse unica per ottenque quei diritti e quella dignità negati per decenni, dall'altro aleggia lo spettro del tradimento. La memoria storica, in questi contesti, non è mai un dettaglio secondario: l'eco delle promesse non mantenute in Iraq prima e in Siria poi – con l'ultimo, amaro capitolo del ritiro americano che ha lasciato i curdi siriani in balia degli eventi – pesa come un macigno sui colloqui. I leader curdi iracheni, in particolare, temono di ritrovarsi in prima linea, pronti a pagare il prezzo delle ritorsioni iraniane, senza avere reali garanzie di un sostegno duraturo da parte di Washington, una volta che l'operazione dovesse entrare nel vivo o, peggio ancora, se dovesse fallire.
Le valutazioni della intelligence americana, del resto, non sono affatto rosee: gli stessi analisti della Cia avrebbero più volte sottolineato come i curdi iraniani, nonostante la loro determinazione e capacità di combattimento, non dispongano attualmente dell'influenza politica e delle risorse necessarie per sostenere da soli il peso di una sollevazione di successo contro il regime. A ciò si aggiungono le divisioni storiche tra le stesse fazioni curde, le loro differenti ideologie e agende competitive, elementi che potrebbero minare qualsiasi sforzo coordinato sul campo. Un funzionario dell'amministrazione, interpellato in forma anonima, ha ammesso con realismo che potrebbe non essere semplice come convincere una forza per procura a combattere per te: loro hanno i propri interessi e la vera domanda è se questa operazione coincida davvero con quei interessi o se, alla fine, non si riveli l'ennesima scommessa persa per un popolo che di scommesse perse ne ha già viste fin troppe.




