Beirut sud ridotta in macerie, al via la nuova fase della campagna israeliana. Il ministro Katz: «Il Libano pagherà un prezzo altissimo»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nel settimo giorno di una escalation che ha ormai assunto i contorni di una guerra totale in Medio Oriente, un nuovo attacco aereo israeliano ha polverizzato un edificio nella periferia sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah, mentre le autorità libanesi aggiornavano il bilancio delle vittime dall’inizio delle ostilità, lo scorso lunedì 2 marzo, ad almeno 217 morti. Le esplosioni, che hanno scosso la capitale libanese nella notte, si inseriscono in una campagna militare che il capo di stato maggiore dell’Idf, Eyal Zamir, ha definito di transizione verso una fase successiva dell’offensiva, quella volta a colpire «le fondamenta del regime» iraniano e le sue capacità militari, dopo aver inizialmente neutralizzato la minaccia missilistica. Le operazioni non si sono limitate alla sola Beirut; decine di raid hanno martellato la valle della Beqaa e le rovine di Tiro, patrimonio Unesco, vicino all'antico ippodromo della città, dove i soccorritori hanno recuperato resti umani tra le macerie.

Sul terreno, intanto, la crisi umanitaria assume proporzioni sempre più vaste: si contano decine di migliaia di sfollati – con stime che in alcuni casi parlano di oltre mezzo milione di persone in fuga, molte delle quali accampate nella centrale Piazza dei Martiri a Beirut dopo aver ricevuto l'ordine di evacuare da Dahiyeh, il quartiere sciita pesantemente bombardato. Tra gli episodi più gravi delle ultime ore, va registrata l'operazione condotta dalle forze speciali israeliane nel villaggio di Nabi Sheet, nell'est del Paese, dove un commando eliotrasportato ha tentato un blitz per recuperare i resti di Ron Arad, il navigatore israeliano disperso dal 1986. L'azione, secondo fonti libanesi, ha innescato violenti scontri a fuoco con i miliziani di Hezbollah e con gli stessi residenti, costringendo gli aggressori a ritirarsi sotto la copertura dell'aviazione, che ha risposto con una quarantina di raid pesanti nella zona. Un’operazione, questa, costata la vita ad almeno 41 persone, tra cui quattro bambini e tre soldati dell'esercito libanese, secondo quanto riportato dal ministero della Salute libanese.

Parallelamente all’azione militare, è proseguita senza sosta la pressione politica. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha lanciato un avvertimento diretto e inequivocabile al presidente libanese Joseph Aoun, al quale ha intimato di fermare i bombardamenti di Hezbollah, pena il coinvolgimento dell'intero Stato libanese nel conflitto. Katz è stato chiaro nel delineare la posizione del suo governo: «Se non farete rispettare la legge e se la scelta sarà tra proteggere i nostri cittadini e la sicurezza dei nostri soldati o lo Stato del Libano, sceglieremo di proteggere i nostri cittadini e i nostri soldati». Parole che riecheggiano le sue dichiarazioni di ieri, quando aveva già minacciato che il Libano avrebbe pagato il prezzo pieno se non avesse fermato le milizie sciite, aggiungendo, con una chiara allusione, che chi distrusse il Libano in passato, oggi lo sta rovinando allo stesso modo. L’ultimatum di Katz giunge mentre dal nord di Israele arrivano voci di una tensione palpabile, come quella della scrittrice Angelica Edna Calò Livne, che dal kibbutz Sasa, a un passo dal confine, descrive notti trascorse nelle stanze blindate per via delle sirene e degli attacchi di Hezbollah, che non hanno concesso tregua.

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