La notte di fuoco su Beirut: distrutta la sede di Al-Manar, l’emittente di Hezbollah

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non si ferma la macchina da guerra israeliana in Medio Oriente, e la notte appena trascorsa ha portato un’ulteriore, drammatica escalation nel cuore della capitale libanese. I caccia dell’aviazione israeliana hanno infatti condotto una serie di raid consecutivi sulla periferia meridionale di Beirut, un’area roccaforte del partito sciita, mettendo a segno un colpo dal forte valore simbolico e strategico. Tra gli obiettivi centrati, e completamente raso al suolo, vi è la sede centrale di Al-Manar, l’emittente televisiva considerata il portavoce ufficiale di Hezbollah, un canale che da decenni rappresenta non solo uno strumento di comunicazione ma anche un potente mezzo di propaganda e reclutamento per il partito-fazione libanese. Le colonne di fumo nero che si levavano dai palazzi residenziali danneggiati – e le immagini mostrano condomini letteralmente squarciati nei quartieri di Ghobeiry, Haret Hreik e Hadath – hanno dipinto un quadro apocalittico all'alba del secondo giorno consecutivo di pesanti bombardamenti mirati su Beirut. L'operazione, confermano fonti militari israeliane, è stata preceduta dai consueti ordini di evacuazione immediata diramati dal portavoce in arabo dell'esercito, Avichay Adraee, che aveva intimato ai residenti di allontanarsi immediatamente dagli edifici segnalati come prossimi al targeting, scatenando di fatto nuovi e improvvisi esodi di popolazione nel cuore della notte.

L’incursione terrestre e la risposta di Hezbollah tra le macerie del sud

Mentre l’aviazione martellava la capitale, sul terreno, al confine meridionale, il quadro operativo si faceva sempre più complesso e articolato. Le Forze di Difesa israeliane hanno confermato di aver ampliato la loro presenza in Libano meridionale, con unità della Divisione 91 che hanno varcato la Linea Blu, la frontiera riconosciuta dalle Nazioni Unite, per consolidare il controllo su diverse posizioni strategiche. Non si tratta, a sentire i portavoce militari, di un’invasione su larga scala, ma di un rafforzamento della "postura difensiva avanzata" lungo il confine, una misura volta a creare una zona cuscinetto più profonda per proteggere le comunità israeliane del nord dai tiri di razzi e droni. Testimoni libanesi hanno riferito di aver visto almeno un carro armato e diverse ruspe militari avanzare per circa un chilometro all'interno del territorio libanese, nei pressi dei villaggi di Adaisseh e Burj al-Muluk, mentre l'esercito libanese regolare, fonti di sicurezza lo confermano, si era già ritirato da diverse posizioni operative avanzate lungo la linea di confine per evitare scontri diretti, limitandosi a monitorare la situazione in coordinamento con i caschi blu dell'UNIFIL.

Questa offensiva, che ha colpito duramente anche la città costiera di Tiro e altre località del sud, è la risposta diretta di Tel Aviv alla ripresa del lancio di razzi da parte di Hezbollah, che ha rotto di fatto la fragile tregua in vigore dal novembre del 2024. Il partito sciita, indebolito ma non annientato, ha rivendicato gli attacchi contro il nord di Israele come un atto di vendetta per l'uccisione del leader supremo iraniano, l'ayatollah Ali Khamenei, avvenuta nel corso dell'operazione congiunta israelo-americana del fine settimana precedente. Il cessate il fuoco, mediato dagli Stati Uniti, prevedeva il ritiro delle forze israeliane e il disarmo delle milizie sciite a sud del fiume Litani, ma entrambe le parti si accusano reciprocamente di averlo sistematicamente violato negli ultimi mesi, con Israele che mantiene il controllo di cinque postazioni strategiche in territorio libanese e Hezbollah che non ha mai realmente consegnato il suo arsenale pesante.

Il contesto regionale: un conflitto che si allarga all’ombra della guerra all’Iran

I bombardamenti su Beirut e Tiro non rappresentano un episodio isolato, ma si inseriscono in una cornice strategica molto più ampia, che vede Israele e Stati Uniti impegnati su più fronti contro l'Iran e i suoi alleati nella regione. Il capo di stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, ha parlato esplicitamente di una "campagna offensiva" lanciata contro Hezbollah in Libano, un'operazione che non si limita alla difesa passiva ma che mira a degradare in profondità le capacità militari del gruppo filo-iraniano, colpendo infrastrutture, depositi di armi e centri di comando. La decisione di distruggere la sede di Al-Manar, in questo contesto, assume un significato che va oltre l'aspetto puramente militare: si tratta di colpire il megafono del partito, un simbolo della sua resistenza e della sua influenza sull'opinione pubblica libanese e araba.

Sul campo, l'aviazione israeliana continua a martellare senza sosta quella che definisce "infrastruttura terroristica" non solo nella capitale, ma anche nella valle della Bekaa, roccaforte storica di Hezbollah al confine con la Siria, da dove il gruppo riceve tradizionalmente armi e supporto da Teheran. I raid, secondo fonti militari israeliane, hanno preso di mira in particolare comandanti operativi di Hezbollah e della forza Quds, il d'élite delle Guardie della Rivoluzione iraniane attivo in Libano, nel tentativo di decapitare la catena di comando che sta dirigendo la risposta agli attacchi. Il bilancio, secondo il ministero della Salute libanese, parla di decine di vittime e centinaia di feriti in tutto il paese, mentre la popolazione civile, ancora una volta, si trova intrappolata in una spirale di violenza che sembra non conoscere fine.

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