Hormuz, l’Iran detta le condizioni: “O una corsia sotto il nostro controllo o lo Stretto resta chiuso”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La partita sullo Stretto di Hormuz si gioca su un filo sottile che intreccia diplomazia e tensione militare. Mentre le monarchie del Golfo – con l’Oman in prima linea – spingono per una soluzione negoziata che prevede contributi volontari per la sicurezza della navigazione, l’Iran ha chiuso ogni spiraglio a un compromesso che non garantisca a Teheran il controllo effettivo della via d'acqua.

La posizione della Repubblica Islamica, ribadita dal viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi in un'intervista alla televisione di Stato, è netta: una delle due corsie di transito deve restare interamente sotto sovranità iraniana, e parte della seconda deve essere egemonizzata da Teheran, senza possibilità di deroghe.

Il piano dell’Oman e il modello Malacca

La proposta presentata da Mascate – che aveva raccolto un certo sostegno tra le cancellerie della regione – mirava a trasformare lo Stretto in una sorta di "condominio" marittimo, sul modello della gestione congiunta degli Stretti di Malacca e Singapore. L'idea prevedeva che gli armatori potessero versare contributi volontari non solo per la sicurezza, ma anche per la tutela ambientale e le operazioni di soccorso, con un controllo suddiviso al 50% tra Iran e Oman.

Un meccanismo che avrebbe permesso di salvare la faccia al regime di Teheran, evitando un ritorno totale allo status quo ante e garantendo al contempo una parvenza di libertà di navigazione. Ma per l’Iran, questa formula è inaccettabile perché – come ha argomentato Gharibabadi – non risponde alle esigenze di sicurezza nazionale. Il viceministro ha anzi ribadito che se l’Oman non accetterà le condizioni iraniane, lo Stretto resterà chiuso, e Teheran si dice pronta anche all'eventualità di un rinnovato conflitto.

La lettura iraniana dell’intesa con gli Stati Uniti

La posizione di Teheran non è dettata soltanto da ragioni tattiche, ma si fonda su una precisa interpretazione giuridica dell’intesa raggiunta a giugno con gli Stati Uniti. Secondo Gharibabadi, l'articolo 5 del memorandum siglato con Washington obbliga l'Iran a stabilire misure per il traffico commerciale sicuro entro 60 giorni, ma non impone in alcun modo un trasferimento del controllo strategico della via d'acqua.

Da questa prospettiva, gli Stati Uniti avrebbero violato l'accordo aprendo una rotta meridionale alternativa in collaborazione con l'Oman, senza tener conto delle disposizioni iraniane. La chiusura del canale settentrionale non è negoziabile: "Se fossimo rimasti in silenzio di fronte all'elusione della rotta nord, la sovranità effettiva dell'Iran sullo Stretto sarebbe diventata un'illusione".

La conseguenza è che "lo Stretto di Hormuz non tornerà mai agli accordi precedenti alla guerra", una linea che Gharibabadi ha definito come "politica di Stato definitiva".

Il braccio di ferro sul campo

Mentre i canali diplomatici restano aperti ma in stallo, sul terreno la tensione si traduce in azioni militari che rischiano di far deragliare ogni tentativo di distensione. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha annunciato di aver colpito tre petroliere che tentavano di attraversare lo Stretto, accusate di aver ignorato gli avvertimenti e di aver seguito una "rotta pericolosa e illegale". Un'azione che ha immediatamente fatto impennare il prezzo del greggio, con il Wti e il Brent in netto rialzo.

La mossa delle Guardie Rivoluzionarie arriva in un contesto di fuoco incrociato: poche ore prima, il comando militare statunitense aveva riferito di aver intercettato un attacco missilistico balistico lanciato dall'Iran contro le proprie basi in Medio Oriente. Un doppio segnale che mostra come la tregua siglata a giugno abbia solo sospeso le ostilità più pesanti, senza risolvere il nodo centrale del controllo di una delle rotte energetiche più vitali del pianeta, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale.

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